Cultura e civiltà sono due “Sistemi” completamente diversi. Non bisogna mai confondere le due porte. Si contrappone al Freud di “Totem e tabù” (1913), perché il suo modello antropologico ha una innata metafisicità. Credo che Bronislaw Malinowski sia stato uno tra i più importanti interpreti dell’antropologia moderna. Era nato a Cracovia il 7 aprile del 1884, ed è morto il 16 maggio del 1942 a New Haven.

Un antropologo polacco che ha saputo interpretare il mondo anglosassone (fu, infatti, naturalizzato cittadino britannico). Al di là di queste cronache biografiche, nella sua vita c’è sempre stato l’interesse di superare il concetto di collettivismo e di soffermarsi, in particolare, sul senso della persona, dell’individuo: “…afferrare il punto di vista dei soggetti osservati, nell’interezza delle loro relazioni quotidiane, per comprendere la loro visione del mondo”.

In questo percorso etno-antropologico (perché il legame tra antropologia e etnografia resta straordinario in Malinowski) si sono incontrati diversi modelli in cui il senso del rito e della magia sono stati portanti nella funzionalità della comprensione tra popoli e civiltà. Forse proprio per questo motivo ha attribuito grande importanza al concetto di “dono tra popoli”, tra tribù.

Quel concetto di “scambio”, nel senso legale del termine, dal quale è stata ideata la “teoria scientifica delle culture”, dove lo scambio e il confronto sono divenuti dinamiche del mutamento culturale. Egli fece una ricerca dominante sul campo del rapporto tra sociologia e antropologia riprendendo alcune tesi di Durkheim sul funzionalismo della sociologia. Secondo Malinowski è necessario analizzare le società per creare una distinzione tra civiltà e popoli, tra civiltà e tradizioni. Non comprendendo fino in fondo il modello sociologico, è difficile capire la funzionalità delle culture all’interno dei modelli di civiltà.

I suoi studi effettuati in Australia hanno contributo a dare un senso significativo al modello di organizzazione antropologica in cui la figura del simbolo è rituale, a volte carismatica. Simbolo che diviene archetipo. Quello specifico scambio simbolico, basato su due tipologie di doni, avveniva attraverso collane di conchiglie rosse (dette soulava) scambiate con braccialetti di conchiglie bianche (chiamati mwali). Un vero scambio in cui la simbologia toccava la carnalità. Una simbologia che ha la sua arcana ritualità il bracciale e la collana. Il polso e il collo.

La conchiglia è la metafora delle voci nascoste. La simbologia degli echi, ovvero della memoria, ovvero del tempo. Il rito è nel far attraversare le voci negli echi e gli echi nel tempo. Il tempio del “Kula” ( in realtà il “kula” era un rito cerimoniale in cui si scambiavano bracciali e collanine nei popoli che vivevano nel Pacifico). Non un arteficio. Ma uno scambio di infinito – immortalità con la presenza della fisicità – carnalità. Su tale argomento Cecilia Gatto Trocchi ebbe a scrivere: “Gli oggetti kula circolano in continuazione, restando nelle mani dei loro possessori solo per un periodo limitato di tempo. Essi vengono barattati nel corso di visite cerimoniali: il fenomeno ha quindi una funzione rituale che mette in luce la grande legge della reciprocità. Lo scambio di tipo cerimoniale ha la funzione di mantenere e rafforzare i rapporti fra individui e gruppi, ad esso è connesso anche lo scambio di beni economici, ancorché in maniera secondaria”.

La collana e la conchiglia sono due simboli importanti nei popoli primitivi e assumono un significato di ritualità, non soltanto tribale, in cui il senso della magia viene spesso vissuto all’interno di un legame prettamente sessuale. Da questo punto di vista, Malinowski si allontana molto dalla concezione del mito di Edipo di Freud. La psicoanalisi e l’antropologia diventano schemi simbolici e archetipali in cui il sesso costituisce un modello di comunicazione tra i popoli cosiddetti “selvaggi”.

Il suo testo del 1929, dal titolo “ La vita sessuale dei selvaggi nella Melanesia nord-occidentale”, indica che questo modello simbolico è dentro un codice in cui il senso del magico diviene vera e propria scienza. La magia si abbina spesso con la scienza che guarda con molta attenzione e attrazione alla religiosità. Diversi suoi studi usciranno postumi. Nel 1935 pubblica il saggio I giardini corallini e la loro magia. In ogni argomento della sua ricerca, il concetto di magico è fondamentale.

Dopo la sua morte viene pubblicato La teoria scientifica della cultura (1944) e, in seguito, Magia, scienza e religione (1945), un testo che possiede ancora una importanza notevole. La cultura del “gruppo” famiglia trovò in Malinowski “…gli aspetti sessuali della vita sociale degli australiani, lungi dal possedere i caratteri della promiscuità indiscriminata, sono al contrario soggetti a strette norme, a restrizioni e a regole”, come egli stesso scrisse.

Nel 1967 verrà dato alle stampe Giornale di un antropologo. Precedentemente, in seguito alle sue ricerche nel Pacifico occidentale, Malinowski aveva studiato i riti magici e la vita quotidiana nelle società primitive. Lavoro che vedrà la luce nel 1922. Questo sta a significare come un antropologo, che scava nella etnologia, vada alla ricerca del concetto del primitivismo che diventa un argomentare di un legame tra riti e miti. Riti che interagiscono con il mito.

Il senso del primitivismo, del selvaggio, in Malinowski ha due nodi fondamentali: il mito e il rito. Entrambi gli elementi diventano un processo all’interno di un percorso sicuramente etno-antropologico. Questo percorso ha segnato una tappa fondamentale in una dimensione che è anche metafisica, in quanto, uscendo dal complesso di Edipo, è normale che la visione di una nuclearità del concetto di famiglia diventi una chiave interpretativa forte sul piano del rapporto tra sociologia e psicoanalisi. Rapporto che si trasforma poi in una dimensione propriamente etno- antropologica.

Tra i suoi testi vanno sottolineati nel 1922 “Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva”, e “Il concetto di cultura”, nel 1926 “Delitto e costume nelle società primitive”, e “Il mito e il padre nella psicologia primitiva” nel , 1927 “Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi”, nel 1929 “La vita sessuale nella Melanesia nordoccidentale”, nel 1930 “Scienza e religione”, nel 1935 “I giardini corallini e la loro magia”, e “Una teoria etnografica del linguaggio”, nel 1939 “Il gruppo e l’individuo”. Postumi: “La dinamica del mutamento culturale” nel 1945, “Libertà e civiltà” nel 1947, “Un diario nel senso stretto del termine” nel 1966 e “Magia, scienza e religione” nel 1976.

Bronislaw Malinowski può essere considerato, ancora oggi, un importante punto di riferimento per quegli studi in cui il senso della ritualità e il senso della magia possiedono una espressione fortemente simbolica. Non si può fare a meno di ri-citare la metafora della conchiglia e tanto meno dei bracciali e delle collane. Le conchiglie toccano la carne e assorbono gli echi della pelle in una ritualità che rimanda inevitabilmente al cerchio. Il cerchio è il senso ed ha la tradizione ciclica. Sgombrano ogni forma di evoluzionismo e si definiscono completamente nel mito. La metafisica del mito è l’antropologia dell’umanesimo.

Tanto che come sottolineò ancora Cecilia Gatto Trocchi: “Gli studi sul campo di Malinowski fecero piazza pulita di molti luoghi comuni diffusi dall’evoluzionismo. Malinowski rigetta l’esistenza di un comunismo primitivo come caratteristico dei popoli selvaggi, e al tempo stesso rifiuta di vedere negli indigeni l’incarnazione dell’uomo economico primitivo. Egli sostiene che il trobriandese lavora spinto da motivi assai complessi di natura sociale e tradizionale, mirando a obiettivi che non sempre hanno a che vedere con l’immediata utilità. Esiste una complessità delle azioni umane, che non possono essere ridotte soltanto alla sfera economica”.

La religione e la magia sono parte integrante della cultura: il punto è proprio qui nel comprendere la diversità tra cultura e civiltà. È studiando le popolazioni primitive che nasce la grande confusione. L’uomo resta al centro di tutto. Un messaggio antropologico puro nella metafisica dei popoli e delle identità.