Sarà l’anno di Cesare Pavese. Ci si avvia verso un nuovo discorso sull’opera di Cesare Pavese.

Dalla poesia al racconto, al romanzo e da questo alla sua passione per il cinema. Proprio il cinema ha rappresentato una delle prime passioni. E forse anche l’ultima. Anche in questo campo il suo attraversamento nel tragico è stato totale. Cosa è stato il tragico per Pavese? Tra Cesare Pavese e il tragico vive la profezia di una modernità alla ricerca della tradizione. Il bene e il male sono nella capacità di recuperare l’incipit del tempo smarrito. Dopo D’Annunzio è l’unico scrittore vero che porta dentro di sé la sintesi della crisi della modernità. Nella crisi della modernità il tragico diventa il solo segno nella tangibilità della metafisica. Nietzsche resta il perno centrale intorno al quale si forma il riferimento dannunziano e la continuità che è quella pavesiana.

Il Vico di Pavese è anche il Vico di Nietzsche e necessariamente entra nel Vico di Gentile e D’Annunzio. Dico necessariamente perché non si possono usare le parole e i concetti filosofici come se fossero aquiloni strapazzati dal vento.
Dico necessariamente perché l’aggomitolarsi, in senso ordinato, del pensiero tra Vico e Gentile è abbastanza sostenuto, e tra Pavese e Nietzsche è altrettanto consistente come lo è tra Vico e Pavese, in una visione in cui l’Amor fati è il legame tra il Destino e il Fato, che trova negli archetipi del mito il segreto e il mistero delle parole. Linguaggio (o vocabolario) sempre negato e poi rivelato nell’intreccio tra letteratura e filosofia.

Il Pavese traduttore di “La volontà di potenza” (in “Amor fati. Pavese all’ombra di Nietzsche” di Francesco Belviso con Introduzione di Angelo d’Orsi per i tipi di Nino Aragno editore) è chiaramente una indicazione che è quella di un Pavese completamente dentro la metafisica del dolore e dell’angoscia nicciana e mai, mai assolutamente, realista.

Il suo studiare e tradurre Nietzsche, soprattutto nel gioco ad incastro tra “volontà” e “potenza”, lo conduce direttamente verso una strada in cui il dettame pavesiano è quello magico – onirico – tragico di un Zarathustra che non diventa mai intellettuale, perché è troppo sciamano e profeta per edificare sulla sabbia il suo pensare o per edificarlo sul pietrume friabile levigato dalla pioggia battente e non sulla roccia dalla memoria scavata dal tempo.

Pavese non ha mai guardato alle ideologie perché considerate “minimaliste”, bensì ad un viaggio filosofico legando la metafisica del pensiero, per restare nel cerchio zambriano, alla letteratura dell’archetipo e dei simboli.
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Pavese fa della sua letteratura una antropologia dell’esistere (si pensi a “Paesi tuoi” e a “Feria d’agosto” soprattutto, oltre che al “Taccuino segreto”), una antropologia dell’anima dove si raccolgono non le voci demartiniane, ma quelle eliadiane. Quindi siamo proprio nella visione del “selvaggio” come senso primitivo delle culture e delle civiltà.
Nietzsche pone il suo Zarathustra, come Hesse propone il suo Siddartha, in un percorso in cui si vive di quella dimensione della memoria – tempo che è la “saudade”. Il Pavese traduttore di Nietzsche testimonia il suo appropriarsi di un nostos che viene ad essere vissuto come il vero “antico ritorno”, in un costante morso che è il panico dolore che si avverte quando accanto non si ha neppure la vera solitudine.

Pavese, in fondo, non fa altro che tentare di cercarsi traducendo appropriatamente “La volontà di potenza”. Non sceglie altro testo. Il Pavese poeta e scrittore, che si era confrontato costantemente con la letteratura inglese e americana e aveva scavato nell’antropologia ed etnologia religiosa rumena, si affida a quella cultura tedesca che ha radici marcatamente tragiche e decadenti.
La sua è, dunque, non una volontà di conoscenza, bensì una volontà di potenza del pensiero forte sul pensare legato al tutto è relativo. Forse è proprio qui il nodo gordiano di un Pavese che vive dentro una metafisica della filosofia tragica che trasmigra nella poetica del gorgo muto di verrà la morte.

Certo con Pavese, che legge e traduce Nietzsche e si lascia volutamente “condizionare” dal D’Annunzio alcionico e tragico – decadente del “Trionfo della morte”, siamo abbondantemente oltre il Pirandello che fa del Fascismo una filosofia. Non c’è umorismo e l’ironia è capovolta. Non conosce il riso o sorriso e neppure l’allegoria, ma soltanto la metafora.
Si è posto più volte il problema di un Cesare Pavese depresso. Ma no! Lo era come lo sono io. In Calabria nasce il Pavese greco. Scopre il mare e il mito. Come è possibile parlare di un Pavese depresso? Basta leggere le lettere. Chiede costantemente libri sulla grammatica greca e su Vico. Lì, in Calabria, diventa antropologo. Non solo il suono. Ma il canto greco. Scopre Ibico. Pavese non è realmente conosciuto per quello che ha scritto. La Calabria è una sensualità onirica. Insiste la presenza della donna della voce roca. Insiste il suo niccianesimo. Omero è la sua ossessione. Lo chiama il poeta turco. Concia è la donna selvaggia. Ma Pavese è junghiano. Non ama Freud. Ama Eliade.

Insomma la Calabria è stata la sua vera risorsa. Quarta parete: mare solitudine. Il braciere: fuoco grande e falò. Terra e mare: la campagna di Paesi tuoi. È poi… anche Bianca è greca. Bianca è metafora di Concia e di Elena con il suono greco. Il legame tra Fuoco grande scritto pensando al Sud – Calabria e La luna e la falò diventa la metafora della morte sogno. Era depresso come lo sono io? Aveva capito benissimo il senso del tragico e la grecità tragica senza la quale èp difficile comprendere la letteratura metafisica.

Dunque, per questo Pavese nicciano, abbondantemente e profetico, andrebbero bene le parole di Jean Cau: “Chi, alla fine è sempre vittorioso? Colui che prosegue il sogno sino alla fine e insemina la memoria degli uomini. Dietro il cavaliere che passa, la moneta del sogno”.
Naturalmente, Pavese, in questo camminare tra le solitudini, il tempo, la visione zaratustriana (e quindi magico – onirica – alchemica) è oltre Pirandello, ma è anche oltre lo stesso D’Annunzio. Ciò che lega è il tragico. Ciò che divide è il senso di morte. Tragico e morte sono il “gorgo” nel quale si scende per comprendere il perché si cerca l’orizzonte del bene e del male e oltre, ma soprattutto per non abbandonare la ferita dell’ ecce homo che, comunque, è parte del vivere morendo e del morire dopo aver vissuto. Pavese nella continuità dannunziana collega il velo tragico al primitivismo eliadiano. Un labirinto nella teatralità della maschera. Ed è qui che Pavese ci porta la sua voce soffusa e immensa.

La crisi della modernità nel viaggio da Nietzsche a Pavese testimonia l’angoscia indelebile della morte dell’Uomo. Il suicidio pensato, attraversato e vissuto nasce dentro l’immaginario del tragico. Un tragico che ha una espressione lirica il cui vocabolario è, infine, il silenzio. Il suo film compiuto, questa volta, sta nelle 16 bustine di sonnifero. Un film non immaginato o immaginario. Un film vero in un cinema muto. Andiamo verso i 70 anni dalla morte di Cesare Pavese. Un viaggio nella letteratura vera!