Da chi fu condannato Gesù? Chi lo volle morto? Una domanda che rimane imperfetta, come imperfetta è la risposta. Un quesito che pone interrogativi da oltre duemila anni, ma che porta in essere una questione teologica, filosofica e storica. La filosofia, con la prassi illuministica, non ha trovato una risposta adeguata.

Benedetto XVI, nei suoi testi dedicati a Gesù, in special modo in quello riguardante la natività, offre riflessioni molto profonde che superano la stessa teologia, ponendo al centro una questione di natura antropologica, e, quindi, anche meta-filosofica. Tre tomi che viaggiano con lui dentro il mistero, nel cammino mistico della cristianità. Da teologo del “pensiero forte”, quale è, pone considerazioni ancorate ad una antropologia che non è popolare, bensì dell’umanesimo. La cristianità di Benedetto XVI è un’ancora sistematica per l’antropologia dell’umanesimo, che sollecita domande e dona risposte.

Non c’è un Cristo condannato dai romani, dalla cultura occidentale – mediterranea. La cultura occidentale ha sempre difeso il valore della cristianità nella sua interezza e nella sua complessità. Viene a configurarsi una questione di carattere storico-politico affrontata anche da Nietzsche e da Leszek Kolakowski, filosofo appartenente alla scuola marxista, giunto poi ad un mosaico revisionista (tenuto in alta considerazione sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, del quale era diventato amico). Egli sostiene che c’è una diversità di fondo tra mito e metafisica. Asserzione corretta, anche se Maria Zambrano è giunta a sradicare radicandoli i modelli mitici e metafisici creando una filosofia della metafisica nell’età contemporanea.

Con Kolakowski si viene ad imporre una questione prettamente filosofica, che non è di carattere teologico. Ma se Cristo era ebreo, da chi è stato condannato? È stato condannato e giudicato dagli Ebrei? Il tempio di Sinedrio, la via di Damasco, la piazza, l’agorà, sono tutti modelli culturali che provengono dal mondo ellenico. La cristianità non ha inventato nulla. Se non fosse stato per la sola figura di Cristo, il cristianesimo non ci sarebbe stato. Ci sarebbe stata, invece, la predominanza del giudaismo, nella fattispecie delle forme e delle strutture culturali. Ma come si può essere in Cristo e parimenti essere giudaici? O si è cristiani, o si è giudaici.

La crocifissione di Cristo crea un compromesso che viene assorbito dalla teologia divenuta storia. Una teologia che fonda le sue radici in un sottosuolo prettamente illuminista. Soltanto il modello illuminista poteva permettere l’incrocio tra il mondo giudaico e quello cattolico, in quanto la differenza dell’essere cristiani sta nell’essere cattolici. Il cristiano che si considera cattolico non ha chiarito la propria contraddizione. Non si può essere cristiani e nello stesso tempo cattolici, assorbendo la lezione del mondo giudaico. Cristo viene messo in croce perché non accoglie la missione giudaica. Il giudaismo non è mistico tracciato verso la spiritualità post-testamentaria. È teologia, non dell’essere o del sapere, ma dell’avere. Qui entra il gioco l’annoso dilemma tra l’essere e l’avere. Partendo dallo spiritualismo, la cultura giudaica penetra le sue fondamenta nel concetto di avere. Cristo, consapevole di ciò, da eretico ebreo lotta contro questo messaggio. È eretico nella dimensione dell’ebraismo. Questo è il motivo che lo porterà alla condanna. Il dato fondamentale che lo condurrà al misticismo e alla filosofia. Cristo eretico nei confronti del mondo giudaico!

I personaggi più importanti, singolari, appartenenti al mondo occidentale e orientale, che hanno unito il Mediterraneo, sono stati Socrate e Cristo. Due personalità che non hanno mai scritto nulla, ma che attraverso la tradizione e il tramandare, hanno fatto sì che le civiltà si potessero esprimere. Il grande dibattito nicciano verte tra “ragione” e “non ragione”. Socrate non viene accettato dal filosofo tedesco perché rappresenta l’epicentro della ragione. Cristo non è l’epicentro della ragione. La grande lotta nicciana nei confronti dello specchio di Cristo sta in queste sue meditazioni riguardanti un Cristo mistico e filosofo, e non certo teologo e “ragione”, tra l’essere in Cristo e praticare il cattolicesimo cristiano.

Il cattolicesimo amalgama, non conclude, confonde e non chiarisce. Accetta il compromesso, ma non la coerenza. Cristo accetta la coerenza. È l’uomo della coerenza nella sua conversione. Fonda la cristocentricità con la sua morte. L’uomo che si fa mettere in croce per la coerenza di una eresia. La filosofia, se non vive nel dubbio questa duplicità, è solo teologia. La teologia, però, non è verità. Cristo è verità perché accoglie la Croce. “Accogliere” la Croce significa non rinnegare, vivere il proprio senso in una dimensione metafisica, spirituale. Kolakowski si chiedeva come fosse possibile mettere insieme il mito e la metafisica. In Cristo è possibile, perché è un ribelle, ed essendo tale, resta un eretico. Ecco perché questa visione ontologia diventa una visione di verità. Tutto ciò impone un approfondimento sulla filosofia tra Ottocento e Novecento. La filosofia precedente, piuttosto timorosa e inquisitoria, non ha avuto il coraggio di porsi questo tipo di problematica. Maria Zambrano nel viaggiare dentro il Dio è solo porta la metafisica dell’unione tra mito e filosofia.

La filosofia hegeliana ragiona, divenendo quindi teologica. Renan aveva tentato un’operazione quasi ereticale. Kolakowski, invece, ha il coraggio di porsi questo tipo di domanda: Cristo è ridicolo? Se Cristo non esistesse, o non fosse esistito, cosa sarebbe successo?. Cristo è esistito e viene spesso interpretato come se non fosse mai vissuto tra gli uomini. Quando si parla di una cultura popolare religiosa, in termini di fisionomia teologica, Kolakowski affronta la questione del compromesso tra gli strati giudaici e quelli cattolici. Entrambe le visioni non avrebbero avuto il coraggio di mettere al centro Cristo, il Cristo-uomo che diventa mistico. Il Cristo uomo-ebraico-giudaico che esce dal gregge e spazia nella sua libertà andando verso la comunità della libertà che diventa comunità di pensiero, di tolleranza, la comunità della pace, ossia del sacrificio. Senza il sacrificio non può sussistere nessuna verità. Cristo si autosacrifica per volontà di Dio.

Ma Dio è cristiano o no? Questo l’altro interrogativo che Kolakowski si pone alla luce sia delle dottrine filosofiche che religiose. Ciò che qui interessa è il fatto che Cristo abbandona il gregge, i pastori e i sacerdoti giudaici, per creare la visione dell’uomo nuovo, senza mercati né baratto. La visione dell’uomo “spirito” e non “economia”. Sia il mondo cattolico che quello giudaico sono “uomo-economia”. Pietro, sul quale si fonda la Chiesa, è uomo-economia. La Chiesa oggi è economia, pur partendo da presupposti religiosi. Essere religiosi, però, non significa essere in spirito di Cristo. La Chiesa ha abbandonato la visione e la spiritualità del Cristo viandante per necessità di spiritualità, ed è diventata Tempio in cui dominano i mercanti. Cristo ha cacciato i mercanti dal tempio, i giudei non hanno mai compiuto ciò.

Poniamoci davanti a questi argomenti al fine di approfondire una questione in termini non relativisti, perché il relativismo illuminista ha ucciso la spiritualità dell’uomo. Cristo è la spiritualità dell’uomo, nel suo essere uomo, ma è soprattutto il mistico che crea, con il senso del mistero, il bisogno di testimoniarsi. Ovvero, le necessità della fedeltà.