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La Cina è vicina” era il profetico titolo di un documentario del secolo scorso. Allora si ragionava in termini politici, nei decenni in cui il comunismo cinese faceva concorrenza a quello sovietico ed il mondo si divideva tra coloro che nell’avvento del comunismo speravano e tra quelli che invece lo temevano.

A distanza di pochi decenni il panorama è completamente cambiato, oramai nella sostanza – se non nella forma – anche la Cina dopo la Russia si è convertita ad una sorta di capitalismo declinato in salsa ros(s)a e lo spettro che si aggira per l’Europa è più quello della crisi economica che quello evocato da Marx ed Engels.

La Cina ha di fatto conquistato il mondo, e lo ha conquistato senza sparare un solo colpo di cannone, senza tentare plateali lavaggi del cervello sociale e culturale, senza imporre con la forza ciò che ha potuto invece far filtrare con un lento stillicidio, costante ed efficace. In tanti temono l’invasione dei profughi nordafricani, i cinesi in Italia sono forse di più ma pochi se ne preoccupano, pochi se ne accorgono, pochi li considerano – fondamentalmente – estranei. Hanno conquistato i gangli vitali dell’economia mondiale, possiedono quasi la metà del debito pubblico americano, producono la totalità dell’elettronica di consumo mondiale, possono mandare un loro astronauta sulla luna, eppure… eppure sembra quasi che non esistono, invisibili nella loro pervasiva immensità.

In un saggio degli anni ’70 intitolato “Gli scacchi di Mao” Scott A. Boorman analizza i successi militari di Mao Zedong alla luce della strategia del “Wei-c’hi”, un antichissimo gioco cinese simile agli scacchi e più conosciuto in occidente con il nome giapponese di “go”. Mentre negli scacchi lo scontro è frontale e plateale, con l’immediata evidenza di chi “mangia” e chi è “mangiato”, nel “Wei-c’hi” l’aspetto strategico è assolutamente prevalente sulla immediatezza offensivi sta. Si tratta di un gioco di lunga durata in cui la conquista del territorio e il gioco sulla periferia della scacchiera sono strategicamente cruciali rispetto a quanto accade al centro della stessa.

Se consideriamo questo aspetto, la presenza cinese nel tessuto economico di piccole e grandi città non appare più casuale, la decennale invasione del “made in China” che ha di fatto sostituito prodotti di nicchia e di largo consumo non sembra più estemporanea, il fatto che oramai la maggior dei bar nelle città del nord veda dietro al banco persone con gli “occhi a mandorla” che si destreggiano tra cappuccini e spritz meglio di un consumato barman italiano dimostra meglio di qualunque altro esempio la loro capacità di “conquista”.

Per combattere il nemico bisogna conoscerlo, affermava uno stratega militare giapponese, ma è altrettanto vero che spesso un nemico, quando lo conosci, non appare più così ostile come sembrava all’inizio, e così la mostra “Made in Italy”, allestita a Grottaglie da Giorgio Di Palma e Dario Miale ha il primo, innegabile merito di aiutarci a scoprire il popolo cinese, persone che riteniamo proverbialmente tutte uguali tra loro ma che invece appartengono ad una cinquantina di etnie diverse con abitudini, tradizioni e tratti somatici affatto diversi tra loro. Guardarli, scoprirli, quasi stanarli tra gli scaffali dei loro mega empori, giocare a rimpiattino dietro una finestra, osservarli nel bus, mentre camminano, mentre scaricano un furgone li restituisce alla loro universale umanità, ce li mostra simili a noi nella loro singolare unicità, li espone – nell’avvolgente bianco-nero delle immagini – in una scoperta essenza che rende il loro quotidiano più simile al nostro.

Il cinese copia tutto, è un’altra affermazione più che comune; e cosa di meglio allora che copiare loro? Giorgio Di Palma ha riprodotto in ceramica oggetti comuni ed al limite del kitch, cuffie per ascoltare musica e ventagli, statuette di improbabili epigoni di Bruce Lee e palline della salute, oggetti uguali ma diversi dgli originali, in un gioco di specchi in cui l’originale riprodotto in migliaia di esemplari si riverbera in un pezzo unico artigianale e fatto a mano.

Se tutto ciò non bastasse, la “scoperta” di Palazzo Simeone, riaperto e ripulito da decenni di oblio è un ulteriore motivo per visitare la mostra e per riflettere sulle bellezze che nessuno – neppure i cinesi – potrebbero copiarci e da cui possiamo e dobbiamo ripartire per costruire il nostro futuro.

Giorgio Di Palma e Dario Miale portano a termine il primo capitolo di una avventura coraggiosa tanto culturalmente che umanamente, e dopo aver sfidato la diffidenza (se non l’aperta ostilità) dei soggetti ritratti, si mettono e ci mettono in gioco, in una sorta di provocazione wahroliana più giocosa e lieve della “merda d’artista” di manzoniana memoria, dimostrando coi fatti che anche l’oggetto più banale e la persona più comune possono essere capolavori, se incontrano un artista come sono questi due eclettici ragazzi, capaci di tuffarsi a piene mani in stereotipi e pregiudizi per comporre un risultato che lascia – ancora una volta – a bocca aperta.

Made in Italy”, dal 2 al 13 agosto a Palazzo Simeone, via Vittorio Emanuele 16 a Grottaglie, orari di visita dalle ore 18,00 alle 22,30 con ingresso libero.

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