«Non ero mai stato in Bosnia Erzegovina, né sapevo granché di questo Paese così vicino all’Italia. » Comincia così il racconto dell’esperienza umana e culturale che il prof. Ciro De Angelis, ha voluto condividere con i lettori di GIR.

«L’occasione di conoscerlo – spiega il prof. De Angelis – è sorta recentemente quando ho avuto la possibilità di partecipare ad un convegno internazionale di italianistica a Banja Luka, seconda città del Paese dopo Sarajevo. Un’esperienza interessante e stimolante! Il convegno, intitolato “La capsula del tempo”, si è svolto il 19-20 giugno presso la facoltà di Filologia dell’Università di Banja Luka. Un titolo emblematico! La capsula del tempo è un contenitore simbolico, non molto capiente, utilizzato per conservare oggetti e informazioni selezionate, per poi essere chiuso, nascosto, scoperto accidentalmente in un lontano futuro ed in grado di fornire ai posteri documenti ed elementi del nostro mondo e della nostra cultura. Cosa sceglieremmo di conservare? Con quali criteri svolgeremmo la selezione? Quali sono le conoscenze che vorremmo si tramandassero ai nostri discendenti? Domande a cui i relatori hanno cercato di rispondere nella maniera più disparata, con particolare riferimento alla cultura italiana, coerentemente con lo spirito del convegno. In una eventuale capsula del tempo allargata, sarebbe auspicabile potervi inserire il modo in cui la Bosnia avrà, ci auguriamo, sanato completamente le ferite, ancora vive, di una guerra terribile. Si spera che la capsula del tempo non contenga l’odio e le divisioni tra le varie etnie e religioni presenti nel Paese ma, piuttosto, la voglia di dialogo, di democrazia e di pluralismo per una pacifica convivenza delle differenze religiose e culturali.

Il viaggio in Bosnia – prosegue il prof. De Angelis – ha modificato la mia percezione di questo Paese. In precedenza, non conoscendo altro, le uniche immagini che si formavano nella mia mente erano fosche: l’assedio ed i bombardamenti di Sarajevo, la strage di Srebrenica, la distruzione del ponte di Mostar e tante altre simili. Immagini di guerra e di sofferenza. Ricordi recenti, risalenti a poco più di venti anni fa, quando la guerra sconvolse i Balcani, ed in particolare la Bosnia. I molti criminali di guerra ancora latitanti ed impuniti rappresentano, per chi ha sofferto, ferite non rimarginate che rendono lento e difficile il cammino verso la riconciliazione tra le tre principali comunità del Paese, la maggioranza musulmana e le minoranze serbo-ortodossa e croato-cattolica. Le tante diffidenze reciproche hanno prodotto un sistema politico complesso che vede nella Presidenza della Repubblica alternarsi i tre rispettivi rappresentanti attraverso un sistema di equilibrio precario che rende difficile il cammino verso una piena integrazione europea. Una forte emigrazione, la più alta disoccupazione giovanile d’Europa (67%), una pressione fiscale asfissiante, un apparato burocratico spaventoso: insomma, una crisi economica ad ogni livello che rende quasi impossibile ogni forma di sviluppo. Difficile in queste condizioni, ed in assenza di riforme, uscire dall’isolamento europeo in cui versa il Paese. Basti pensare che la Bosnia è circondata da Paesi come Slovenia, Croazia e Bulgaria che sono già da tempo membri dell’Unione Europea, e Serbia, Montenegro ed Albania che hanno avviato il processo per entrarvi. Ma, nelle attuali condizioni, ed in assenza di un cambio di rotta radicale, primariamente culturale e politico, difficilmente la Bosnia potrà farcela. Le nuove generazioni hanno davanti un arduo ma importante compito. Sono principalmente loro, i giovani che non hanno visto la guerra, a doversi impegnare in questo cammino. Ho conosciuto diversi di questi giovani durante il convegno a Banja Luka e dai loro occhi traspariva il desiderio di crescere culturalmente. Ed è proprio la cultura che può sanare le divisioni. La cultura del dialogo, l’educazione alla democrazia, al pluralismo ed alla pace.
Ora, quando penso alla Bosnia, mi vengono in mente i tanti giovani universitari con cui ho conversato durante il convegno, studenti di lingua italiana, innamorati della nostra letteratura e della nostra cultura ricca di storia, di arte, di musica. Rifletto sul loro desiderio di costruire ponti ed avviare scambi culturali con l’Occidente, per avvicinare sempre più la Bosnia all’Europa.

Nel pensare alla mia esperienza rivedo nella mia mente David, l’anziano e mite bosniaco che mi ha ospitato nella sua casa e che, pur non conoscendo la lingua italiana, né io la sua, ha insistito per accompagnarmi in giro a visitare la città di Banja Luka e, comunicando con un marcato linguaggio non verbale, mi ha fatto conoscere i più importanti monumenti ed i luoghi simbolo delle tre principali divisioni culturali del Paese: una chiesa serbo-ortodossa, una moschea, una chiesa cattolica. Penso alla vitalità di Banja Luka, città ordinata, pulita ed immersa nel verde, che sta imparando, tra mille difficoltà, a nascondere i segni e le cicatrici della guerra. Rifletto sulla bellezza e sulla ricchezza culturale presente al convegno a cui hanno partecipato relatori non solo provenienti dai diversi Paesi balcanici, ma anche da molto più lontano, dal Sudamerica al Sudafrica, dalla Svezia alla Turchia. Ho visto la cultura all’opera, elemento essenziale che unisce i popoli, una cultura inclusiva e rispettosa delle diverse tradizioni e delle numerose differenze, che devono rappresentare non fonte di divisione e odio, ma ricchezza inestimabile in grado di creare una società democraticamente matura.
Al convegno, organizzato dall’AIBA (Associazione Italianisti dei Balcani), didattica, cultura, lingua e letteratura italiana hanno rappresentato il fulcro attorno al quale sono stati sviluppati i principali temi in programma, sempre legati dal filo conduttore dell’ipotetica capsula del tempo. Si è passati dall’universalità dell’opera di Petrarca alla presenza culturale italiana all’estero; dal ruolo del melodramma nella diffusione della nostra cultura al primo manuale per l’apprendimento dell’italiano edito in Svezia; dalla necessità di salvare una lingua minacciata, l’italiano, in un’enclave italofona della Croazia continentale alla bellezza della lingua di Dante, al punto che, come ha sostenuto un relatore messicano, “insegnare italiano… diventa poesia”. La gran parte degli studenti, egli ha detto, studiano l’inglese, il tedesco, il cinese, per motivi utilitaristici e lavorativi. Per l’Italiano non è così. Chi decide di imparare la lingua italiana lo fa per puro piacere, per motivi culturali, per immergersi in un mondo meraviglioso ed unico. Il mio intervento si è concentrato sulla valenza di alcuni principi della retorica classica nella professione docente: Ethos, Pathos e Logos. Aristotele e Cicerone hanno posto queste caratteristiche alla base di una comunicazione efficace, pilastri fondanti di una didattica motivante e persuasiva. Il “mestiere” di insegnante è considerato uno dei più belli, ma diventa tale quando lo si svolge con coerenza, passione ed entusiasmo.

Non è la prima volta che partecipo ad un convegno dall’altra parte dell’Adriatico. A settembre interverrò a quello organizzato annualmente dall’Università di Craiova, in Romania, e sostenuto dall’Ambasciata italiana e dalla Società “Dante Alighieri”. Con il valido ed autorevole apporto di studiosi provenienti principalmente dai Paesi dell’Est, discuteremo ancora una volta sul ruolo centrale della cultura per la costruzione di un mondo migliore.
Ogni esperienza rappresenta una ricchezza inestimabile che aggiunge un ulteriore tassello per la mia comprensione della cultura balcanica che, sebbene molto variegata e differente dalla nostra per numerosi aspetti, rappresenta, per altri, la culla della nostra civiltà. La grande crisi economica che sta attraversando la Grecia non dovrebbe mai farci dimenticare il debito che noi abbiamo nei confronti della cultura ellenica i cui valori classici costituiscono i pilastri su cui sono state costruite le civiltà e le democrazie occidentali.

La cultura è conoscenza dell’altro – conclude il prof. De Angelis. Se conosciamo impariamo a non aver timore, ma rispetto. Papa Francesco, durante la sua recente visita a Sarajevo, nel corso della cerimonia di benvenuto, ed alla presenza dei tre presidenti bosniaci, ha sostenuto che la Bosnia Erzegovina e Sarajevo, definita la Gerusalemme d’Europa, “sono passati dallo scontro alla cultura dell’incontro” e, continuando, ha detto ai politici, notoriamente divisi tra loro, che la “collaborazione tra varie etnie e religioni, in vista del bene comune, è possibile”.
Sicuramente la conoscenza crea ponti ed avvicina i popoli. Significativa, ancora una volta, l’esortazione del papa che, citando Isaac Newton, ha affermato: “mai costruire muri. Soltanto ponti”. Mi auguro che in Bosnia questo ammonimento non resti inascoltato!»