Il Libro della Sapienza suggerisce e traccia viaggi nell’anima. C’è la speranza che ci salva. O è la salvezza della speranza che ci restituisce il sorriso perso nel naufragio delle tenebre? L’uomo di Itaca è in cammino. Ma se l’uomo di Itaca è in cammino l’uomo di Damasco ha raggiunto la meta.

C’è la saggezza che va oltre la ragione. Sia la saggezza che la ragione sono attraversamenti che soltanto la fede trasforma in Grazia. L’uomo del nostro tempo non è più quello di Quasimodo chiuso nella sua carlinga. Resta, forse, l’impeccabile creatore dell’uomo finito di Papini che vive gli orizzonti dentro i propri tramonti. Io cerco, comunque, l’uomo della Grazia che è quello tormentato tra le parole di Simon Weil ed esiliato di Maria Zambrano.
Quest’uomo cerca la sua pietra angolare come la cercava Giordano Bruno. Non so mai la troverà. Cercare e trovare sono due aggiunte al camminamento che ognuno di noi compie nei giorni in cui il deserto si radica come sabbia d’ombra nelle anime.

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Libro della Sapienza).

Le anime dei giusti! Io provengo dal mondo cattolico e cristiano e il mio viaggio, lungo il mio cammino, ha percorso altre strade, pur restando incollato nella cristocentricità, che sono quelle misteriose, non meramente affascinati, dei passi dei monaci tibetani che scavano l’anima del deserto.

Il mistero mi ha portato a restare in contatto con un monaco tibetano e con uno sciamano che ha saputo dialogare con le aquile e con le tartarughe, ovvero con la francescanità della Natura.
Alla preghiera del “Padre nostro che sei nei Cieli…”, mai sostituito, ho aggiunto la contemplazione, il silenzio, lo sguardo illuminante del guerriero della luce.

Sono convinto che bisogna avere pazienza per superare l’oblio della coscienza. Bisogna non giudicare ma ascoltare, osservare, attendere. L’attesa mi ha reso il cammino un viaggio nella devozione, nella gratuità, nella provvidenza. Se la cristianità insiste è perché non c’è la Ragione nella mia fede che è attesa Illuminante.

Il monaco tibetano un giorno mi disse:
“Non inquietare la tua anima cercando o ricercando. Ascolta e se hai deciso di salire quindici gradini non farlo. Arriverà il momento in cui la tua volontà ti chiederà di salire quindicimila gradini. Quella volontà è dettata semplicemente dalla illuminazione che ha toccato il tuo cuore.
Se ti feriranno con una o tre spade. Non rispondere. Aspetta fino a quando le offese arriveranno a tredicimila. Poi resta in silenzio perché la pazienza ti ha già dato la volontà della sopportazione. Mai della rassegnazione. Io ti dico, aggiunse il monaco, che la via dalla quale provieni non è in contrapposizione con la via che stai percorrendo. In te il mistero sarà fede e illuminazione”.

Ho confrontato questo pensiero, che il monaco mi ha trasmesso, con le parole dello sciamano che sempre mi accompagna.
Non ci sono contraddizioni. Lo sciamano: “Vivi sempre nella luce e quando le ombre faranno buio sulle orme dei tuoi passi non preoccuparti, cammina perché il sole vincerà la notte”.

La Sapienza. Dovremmo avere il coraggio di “esercitare” la parola della sapienza con la testimonianza. La sapienza non bisogna mai confonderla con la saggezza.
La “sapienza” per come la vivo è nel mistero che chiede alla teologia di farsi parola orante e mai “spiegante”. La sapienza non trova le scorciatoie della spiegazione di Dio. Dio sta anche nel sottosuolo e non soltanto in cielo. Ed io che dialogo con il Dio illuminante non ho bisogno del rapporto tra ragione e fede, ma tra mistero e rivolta.
Ed è in questi giorni che, allontanandomi dalle assenze e dalle lontananze o dai distacchi, ritrovo ciò che il monaco tibetano e lo sciamano mi raccontavano.

L’uomo di Itaca è ancora inquieto. Non so fino a quando potrà resistere a questa inquietudine. L’uomo di Damasco è una luce. Il monaco tibetano e lo sciamano mi invitano sempre ad essere l’impareggiabile guerriero del sorriso.