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Ogni giorno la cronaca ci racconta fatti e misfatti in cui lei stessa è protagonista, identificando ciascun episodio con un anglofono “-gate” come suffisso.

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Abbiamo allora il “Russiagate”, lo “Irangate”, il nostrano “Rubygate” cugino del “Sexgate” di Clintoniana memoria e tutti figli più o meno legittimi del “Watergate” che agli inizi degli anni ’70 segnò la carriera politica di Nixon. Da allora la tecnologia ha fatto passi da gigante e la modalità di condivisione delle informazioni ha subito cambiamenti impressionanti, consentendo oggi – sempre più facilmente – non solo di far conoscere i dettagli di un avvenimento in pochi istanti in tutto il mondo, scavalcando censure, top-secret e crittografie varie.

E’ su questo panorama che in “Cose che si possono e non si possono dire” si interrogano e si confrontano quattro personaggi (apparentemente) diversissimi tra loro come l’attore americano John Cusack, la scrittrice indiana Arundhati Roy, Daniel Ellsberg, il funzionario del Pentagono che nel 1971 rivelò i piani della guerra in Vietnam, e Edward Snowden, l’informatico ed ex tecnico della CIA che nel 2013 denunciò le intercettazioni a tappeto condotte dalla National Security Agency. Un confronto a quattro che stimola domande piuttosto che offrire risposte: che significato hanno davvero le bandiere, il patriottismo, le grandi organizzazioni internazionali? Quale ruolo ricoprono il dissenso e la ricerca della verità in una realtà in cui il denaro può liberamente varcare limiti e confini sociali, culturali, geografici, mentre le persone e le parole non possono farlo? Quanto di ciò che i media ci propongono 24 ore al giorno è vero e – infine – cosa è, davvero, la “Verità”?

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Secondo il filosofo e teosofo Rudolf Steiner, qualsiasi intuizione o verità isolata e astratta dal suo contesto cessa di essere vera (pag. 10) ed ecco allora che alla necessaria sintesi deve fare da contraltare uno sguardo di assieme che deve poter abbracciare ed analizzare – se non tutti – almeno una quantità sufficiente di aspetti di una questione per poter obbiettivamente trarre delle conclusioni fondate. Giungere ad una conclusione o ad una opinione è solo il primo passo, perché poi è necessario comunicarla, ed è qui che ci scontriamo con il dramma di un linguaggio sempre più asettico e schizofrenico, in cui sembra di cogliere gli echi di quanto evocato nel secolo scorso nel “1984” di Orwell o in “Fahrenheit 451” di Bradbury, specie nei discorsi che portano a voler giustificare guerre e stragi, sempre più “giustificate” presso la opinione pubblica identificando un bersaglio tanto generico quanto spaventoso (“guerra al terrorismo”) o una qualità che di fatto al conflitto non appartiene e non apparterrà mai: benevola, giusta, guerra dei diritti umani (pag. 43).

“Cose che si possono e non si possono dire” non è imparziale e non lo vuole essere, richiama a precise scelte di campo e costringe ad interrogarsi anche su situazioni a prima vista limpide, come quando analizza la beneficenza operata da Bill e Melinda Gates (pagg. 45-46) o quando affronta il tema della necessità della violenza e la efficacia della non-violenza per cambiare uno status quo (pag. 61) e conquistare l’attenzione dei media. Non sono carezze ma piuttosto pugni nello stomaco, quelli che dalle pagine del libro colpiscono il lettore; d’altronde una platea sempre più anestetizzata ha forse davvero bisogno di mezzi estremi per risvegliarsi dal torpore in cui è caduta, per ritornare a considerare le cose per quelle che sono e per come dovrebbero essere. Esemplare – nei giorni in cui si discute del ruolo delle ONG nel soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia, l’analisi del concetto dei diritti umani e delle sovvenzioni che le multinazionali offrono ai volontari (pag. 63), con il rischio che “Ciò che dovrebbe essere il minimo diventa il massimo, tutto quello che ci dobbiamo aspettare”.

Non mancano capitoli dedicati alla propaganda, al ruolo degli eserciti e delle polizie, alle tecniche di sorveglianza di massa per tenere sotto controllo la popolazione ed alle modalità di accensione e sfruttamento di conflitti interni ed esterni alle nazioni (pagg. 100-102) fino a domande che sono destinate forse a rimanere senza risposta: “Che genere d’amore è quello che proviamo per un paese? Che genere di paese riuscirà mai a dimostrarsi all’altezza dei nostri sogni? E che genere di sogni sono stati infranti? La grandezza delle grandi nazioni non è forse direttamente proporzionale alla loro capacità di condurre un genocidio? L’apice del successo di un paese non segna quasi sempre il fondo del suo fallimento morale” (pagg. 110 – 111) e da qui ad altre domande non meno destabilizzanti: cosa dobbiamo amare? Chi può essere oggi definito un rifugiato? Per chi o cosa vale la pena piangere? Ancor più inquietante è la parte dedicata alla analisi di un futuro ipotetico conflitto atomico, alle sue devastanti conseguenze che ad oggi nessuno è in grado di prevedere con sicurezza (pagg. 131 – 132) ed al paragone con gli effetti dei mutamenti climatici in corso, ancor più preoccupante viste le ultime decisioni della presidenza Trump.

Non un libro da ombrellone, certamente, senz’altro un libro che in qualche modo ci “costringe” a osservare ed analizzare il flusso di informazioni che a volte ci travolge ed a volte ci sfugge con occhi nuovi e – soprattutto – con una nuova voglia di capire davvero quali sono le “Cose che si possono e non si possono dire”.

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