Ha scritto Luciano Canfora in Prima lezioni di storia greca: “La parola ha uno spazio grandissimo nella vita collettiva (teatro, assemblea, tribunale) e perciò anche nel racconto storiografico antico è largamente presente, e talvolta dominante. Non è un semplice ritrovato artistico: è un fedele rispecchiamento della realtà molto parlata della città greca. La scrittura – soprattutto quella espo sta – è un surrogato marginale”.

Cosa ne sarà della Grecia e del Mediterraneo? Tutto il mondo greco che sprofonda significa la strozzatura della civiltà Mediterranea greco – latina… Cosa facevano i filosofi greci nella vita quotidiana? Era un mestiere pericoloso il quotidiano dei filosofi. In quel tempo quando regnavano Socrate, Senofonte, Platone, Aristotele, Epicuro, Lucrezio…. Ve li immaginate tutti insieme questi filosofi oggi catapultati nella nostra realtà politica e culturale discutere di Genoma o della “virtù” del computer?
C’è una grecità consapevole e una grecità inconsapevole che si agita nel contesto del rapporto tra vita e cultura nel mondo moderno. Molti atteggiamenti della vita quotidiana (molti linguaggi e molte espressioni, molti comportamenti e molti temperamenti) hanno un loro radicamento che ci porta direttamente ad una atmosfera e ad uno scenario greco.
La vita politica stessa ha molti rimandi sia nel bene che nel male. Ma è soprattutto la letteratura che ha risentito di quelle derivazioni elleniche che hanno un loro sostrato ben presente anche nell’arte. Ma arte e letteratura erano in un colloquio costante. La filosofia ha dato molto sia alla letteratura che all’arte.
Il gusto del mistero, il sentire la parola come segreto e il colore come la maschera, il penetrare il tempo come una penetrazione nel labirinto delle memorie, il concepire la vita come una decodificazione dei simboli che ci attraversano grazie anche alla presenza di frammenti mitici. E poi i linguaggi con i loro segni e i loro tracciati archetipali. Insomma nonostante tutto viviamo consapevolmente o inconsapevolmente in un contesto in cui la grecità ha ancora un suo senso.
I filosofi nel quotidiano vivono il loro realismo inventandosi però costantemente la vita e ragionando del fare e del sapere della politica che occupava, appunto, il quotidiano. Luciano Canfora ha parlato di ciò e non solo Canfora.
Qualunque possa essere la fantasia che vogliamo disegnare o incollare sui loro nomi mi sembra, comunque, difficile vederli in opera nel contesto attuale. Ma questo non ci interessa. Potrà essere discussione di un cenacolo in qualche anfora panatenaica di un qualsiasi Museo greco o della Magna Grecia.

A cosa pensavano i filosofi in quel tempo? A cambiare il mondo o ad interpretarlo? Socrate emblema su tutti. Ma come interpretare il mondo o la vita? Quelli, signori miei, volevano interpretare per cambiare e finalità ultima era quella di costruire un nuovo modello. Ricordiamo Platone e la sua città nuova. Ma erano filosofi e come tali non andavano presi sul serio?
Il tempo antico ha molte colpe ancora da farsi perdonare. Noi ci illudiamo spesso di “ritornare” a un tempo che non c’è più ma occorrerebbe verificare lo stato di salute di questo tempo che non c’è più. Decantarlo o cantarlo non serve se non si ha la piena consapevolezza di tutto un mondo che è stato e che si è proiettato a noi grazie alla memoria.
Socrate rappresenta non solo un riferimento bensì una chiave di lettura forte per addentrarsi dentro un mondo che era politico, ma anche “particolarmente” umano.
Atene in quel tempo era la culla del sapere ma anche era la trincea della politica come sapere della cultura. Era anche la “frontiera” dei conflitti e degli scontri. E chi aveva costruito tutto ciò? Loro. Erano stati loro. E badate scontarono le loro pene espiando la colpa del sapere o dell’aver saputo. Persino sulla tomba di Cartesio Pierre Chanut aveva fatto scrivere: “Espiò gli attacchi dei suoi rivali con la purezza della sua vita”.
Eravamo, con Cartesio, in altre epoche. Ma è stato sempre così. Questi filosofi dal mestiere pericoloso. Ma il dubbio frulla e rimugina. Cosa avrebbero fatto oggi quei filosofi dell’Atena di un tempo? Potremmo chiederlo a Tiresia? Si vedrà! Ma accanto alla “tragedia” del mito insistono quasi sempre le onde dell’ironia.
Siamo impregnati di grecismo e la latinità stessa affonda le sue radici in questo mondo sommerso di omerica visione e di omerica nostalgia. I miti che nascono prima di Omero trovano in Omero la casa del pensiero depositato. La grecità si fa mito e il mito si dichiara anche nel quotidiano. E così sia! Ma la cultura greca è ancora nel nostro esistere.
Ma perché continuare a “tediare” i nostri ragazzi con lo studio della filosofia se poi i filosofi vengono considerati dei perditempo? Rispondiamo a questa domanda? Sì, i filosofi ragionavano di filosofia, ma preferivano anche agire.Alla politica della parola doveva subentrare la politica dell’azione.

Altrimenti che senso avrebbe avuto il loro stesso filosofare? Uccidiamo ancora una volta il Mediterraneo greco – latino… Uccidiamolo e ucciderlo significa il suicidio di una civiltà che ha tracciato la storia del passaggio tra l’Antico e il Rinascimento…