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Meno di cinque euro di aumento a fronte di un prezzo di diverse centinaia potrebbe sembrare poca cosa ma – come si dice – “è il principio che conta”, e così – all’annuncio dei primi aumenti di prezzo operati da una nota casa costruttrice di smartphone e tablet è scattata la protesta dei consumatori.

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Non si tratta di una coincidenza fortuita, l’aumento dei prezzi è la conseguenza dell’entrata in vigore del “Decreto Franceschini”, il provvedimento che aggiorna le quote per la cosiddetta “copia privata”, ovvero gli importi che devono essere applicati a spese dei fabbricanti e degli importatori alle memorie di massa, una volta soprattutto dvd e chiavette USB, oggi smartphone, tablet e computer.

Il principio ispiratore del decreto è semplice e condivisibile: attraverso le nuove tecnologie è più semplice produrre “copie private” di opere artistiche e di ingegno quali film, videogiochi e canzoni; se la copia è derivata da un originale e utilizzata per uso personale niente di male, se la copia viene venduta sulle bancarelle abusive o scaricata dai vari canali online va un po’ meno bene, perché i compensi per autori e produttori si ottengono dal solo originale che viene venduto, mentre a godere dell’opera sono tutti coloro che ne ottengono una copia.

Ci sarebbe da discutere a lungo sulla logica che vede uno Stato che non può (o non vuole…) perseguire chi effettivamente compie una azione illegale e colpisce indiscriminatamente tutti coloro che potenzialmente potrebbero compiere un illecito; non avviene solo in questo caso, anzi sono diverse le occasioni in cui le “sanzioni preventive” – o comunque le si voglia chiamare – pesano anche su chi non ha la minima intenzione di ledere i diritti altrui.

Ancora, ci sarebbe da affrontare seriamente la questione dei diritti d’autore nel terzo millennio ed alla luce delle nuove tecnologie, cominciare seriamente a discutere di copyleft, di licenze open source e di come possano essere salvaguardati i diritti di tutti. Il condizionale è d’obbligo, perché il campo è a dir poco minato e ad oggi le posizioni dei vari attori sono assai distanti.

Così si procede in base al principio di una imposta che grava non su chi materialmente commette l’illecito ma su chi si dota dei mezzi con cui potrebbe potenzialmente compierlo, un po’ come se acquistando un automobile lo Stato vi facesse pagare 100 euro in più per coprire le eventuali spese per il consumo dell’asfalto o per la sostituzione dei segnali stradali, indipendentemente dal fatto che con l’automobile uno ci percorra 100 oppure 100.000 chilometri.

Intanto, tornando all’aumento dei prezzi dei dispositivi elettronici, i consumatori sono sul piede di guerra e minacciano battaglie, sui vari social network si scatenano le proteste che contestano al ministro Franceschini le sue promesse in cui sosteneva che l’aumento delle tariffe per il compenso agli autori non si sarebbe scaricato sui consumatori. Una promessa tanto facile da fare quanto difficile da mantenere, così, mentre Franceschini si dice ”allibito per non dire indignato”, alla SIAE si cerca una soluzione che tuteli autori e consumatori.

Intanto il presidente di Confindustria digitale Elio Catania dichiara che l’aumento dei prezzi era più che prevedibile e che le imprese produttrici non potevano che scaricare sui consumatori gli effetti di “una imposizione del tutto ingiustificata” mentre dall’altra parte i sindacati protestano a gran voce e denunciano una mossa mirata a mantenere inalterati i profitti dei produttori, che realizzano “ingenti profitti, spesso attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo”.

Piaccia o non piaccia, ad oggi a pagare sarà il consumatore finale, e l’unica soluzione sarà la sempre valida, attuale e spesso efficace trattativa con il venditore alla ricerca di uno sconto sul prezzo di listino.

 

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