Si afferma spesso che apprezziamo qualcosa solo quando lo abbiamo perduto.

Da settimane oramai, la maggior parte di noi ha visto profondamente sconvolta la propria quotidianità; abitudini, gesti, usanze a cui eravamo abituati e legati, che facevano profondamente parte di noi, che ci caratterizzavano come persone e come comunità sono state fermate, interrotte, messe da parte in attesa di tempi migliori.

Uscire di casa per andare a fare la spesa o recarsi al lavoro, accompagnare i nostri bambini a scuola, prendere un caffè al bar con un amico e chiacchierare con lui del più e del meno,, fare una passeggiata con il nostro compagno, abbracciare un nonno, imparare da una zia a fare le orecchiette, ma anche recarsi al mercato settimanale, prepararsi per i Riti della Settimana Santa: niente di tutto questo oggi è possibile, e se solo ce lo avessero predetto a fine gennaio, mentre celebravamo San Ciro, nessuno di noi ci avrebbe creduto.

Oggi la maggior parte ti quello che siamo ed eravamo è fermo, immobile, quasi pietrificato per colpa di un virus subdolo e assassino. Ci viene chiesto di stare a casa, di adottare precauzioni, di essere prudenti, di rispettare le regole e questo ci intristisce, un po’ ci fa arrabbiare e un po’ ci addolora, perché ci saranno momenti che non torneranno più: festeggiare la laurea di un amico, piangere un parente deceduto e potergli dare l’ultimo saluto oggi non si può fare e non ci saranno seconde occasioni.

Pensare a ciò che abbiamo perso ci fa stare male, ma possiamo trarre del buono anche dai momenti peggiori della nostra vita, e allora onoriamo ciò che abbiamo perso ricordando quello che abbiamo ancora, oggi che non possiamo passeggiare per Grottaglie promettiamo a noi stessi che quando sarà possibile farlo la guarderemo con occhi nuovi, impegniandoci a conoscere i tanti luoghi che il tempo e l’incuria rischia di farci dimenticare, a tutelare e valorizzare palazzi storici e ‘nchiosce nascoste, a piantare un fiore e curare un’aiuola, a fermarci qualche secondo per ammirare il lavoro di sapienti artigiani che decenni addietro hanno modellato la creta, hanno realizzato artistici balconi in ferro battuto o massicci portoni di legno, affascinanti intarsi di marmo o ingenue sculture in tufo, quadri che testimoniano la loro fede e muretti a secco che parlano di fatica, speranza e volontà di lasciare un mondo più bello di quello che si è trovato.

Grottaglie ha tutto questo, il suo centro storico – amato da pochi e vilipeso da troppi – è sempre li ed aspetta di essere riscoperto e apprezzato come merita. Quando potremo di nuovo passeggiare sulle sue chianche, perderci nelle sue viuzze, fermarci a cogliere l’odore dei fiori che lo abbelliscono facciamolo, e – soprattutto – facciamo in modo che questo possa essere fatto da altri insieme a noi, impegniamoci per come e quanto ci sarà possibile perché quello che a qualcuno può sembrare un brutto anatroccolo torni a splendere nella bellezza che gli appartiene.

Citando un famoso film, questo paese ha bisogno di qualcosa di più di un palazzo, ha bisogno di speranza, e se c’è una cosa che questo isolamento forzato deve farci capire è che Grottaglie, la sua storia, le sue tradizioni, sono nostro padre, nostra madre, nostro fratello, i nostri amici.

Sono io, sei tu, è tutti noi. Non dimentichiamolo mai.