Uno dei santi più venerati nel mondo è proprio quello di cui oggi la Chiesa fa memoria: San Francesco d’Assisi. La definizione che ho scritto nel titolo è il frutto di un gioco di parole di Pio XII, pronunciata quando proclamò il santo serafico quale patrono d’Italia. Francesco nacque ad Assisi nel 1182 da una famiglia di nobiltà emergente, da Pietro di Bernardone e Madonna Pica.

Dopo una giovinezza dissoluta, a 24 anni iniziò la sua conversione, la quale portò il giovane a lasciare tutte le ricchezze e le ambizioni per seguire “Madonna Povertà”. Già a vent’anni volle essere cavaliere nell’esercito di Gualtieri di Brienne, ma a Spoleto ebbe un sogno in cui risuonò forte in lui la domanda se volesse seguire “il servo o il padrone”. Scosso dall’accaduto e iniziando a comprendere nel cuore che veniva chiamato a qualcosa di diverso dalla guerra e le crociate, tornò indietro e iniziò un cammino di conversione.

Da subito dette inizio ad una intensa vita di carità e preghiera. Nel 1205, mentre era assorto in preghiera nella cappellina di San Damiano, sentì una voce, come se uscisse dal crocifisso, che lo invitava: “Va’ e ripara la mia Chiesa, che è tutta in rovina”. Superate le incomprensioni iniziali e capendo che il Signore chiamava proprio lui a seguirlo nella povertà e nella conformazione a Cristo, cambiò la sua vita più decisamente in direzione del Vangelo: si spogliò completamente dei beni paterni, preferendo la povertà, e iniziò una vita di preghiera, penitenza e missione.

Attorno a lui crebbe ben presto una piccola comunità di seguaci. Secondo la Leggenda maggiore il primo fu Bernardo e in seguito si aggiunsero Egidio, Silvestro e tanti altri fino a raggiungere le diverse migliaia quando San Francesco era ancora in vita. Per questi Francesco non ha molte norme se non il Vangelo (come ho infatti ribadito già altre volte, i santi sono un’esegesi vivente della Parola di Dio), dal quale si sente dire: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri” (Mt 19,21), “Non portate niente durante il viaggio” (Lc 9,3), “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24).

Pur non avendo molte “regole” gli viene chiesto di redigere una “Regola” che faccia da magna charta per la congregazione religiosa che stava nascendo. Così una prima redazione, quando Francesco ha già undici compagni attorno a sé, è la famosa “Regola non bollata” del 1221; chiamata così perché approvata a voce dal Papa Innocenzo III. Con essa i frati erano autorizzati a vivere nella povertà e a predicare la penitenza sotto l’autorizzazione del Pontefice stesso.

Dopo questa, nel 1223 Francesco e i frati presentarono un’altra redazione della Regola che Onorio III approvò ufficialmente il 29 novembre di quell’anno. Essa è ancora oggi immutata e accettata dall’Ordine dei Minori e da tutte le diramazioni che ha storicamente assunto. Francesco non fu solo il fondatore di un Ordine religioso, ma con esso fu anche missionario; infatti viaggiò molto per annunciare il Vangelo e ancora oggi molti luoghi hanno il “sapore” della sua presenza e del suo passaggio.

Se per molti può essere difficile visitare i luoghi della predicazione in Terrasanta, Siria ed Egitto, rimane affascinante poter ripercorrere i suoi passi per la valle Reatina e quei luoghi che in Italia hanno avuto la grazia di ospitarlo. Ormai debilitato nel fisico, l’ultima tappa della sua vita fu il segno della perfetta conformazione a Cristo: il dono delle Stimmate. Il prodigioso evento accadde il 14 settembre 1224 sul monte della Verna in Toscana, mentre era in preghiera. Questo evento, per quanto non sia l’unico nella storia, ha il carattere di unicità per il significato che porta con sé.

Esso infatti è il segno più alto della conformazione del discepolo a Cristo o come dice la formula classica “dell’amante all’Amato”. L’amore di Francesco al crocifisso lo ha, per grazia di Dio, conformato a Cristo stesso. Perché avvenne e quanto era questo amore, a pochi è dato di saperlo, come si esprimono le stesse Fonti Francescane “Chi potrebbe spiegare o chi potrebbe capire come la sua unica gloria sia stata nella croce del Signore? Solo lo può sapere chi, unico, ha avuto la grazia di provarlo.

Certo, anche se ne avessimo qualche leggera esperienza, le nostre parole, insudiciate come sono dall’uso di cose comuni e senza valore, non sarebbero in grado di esprimere così grandi meraviglie. E forse, proprio per questo si è dovuto manifestare nella carne, perché sarebbe stato impossibile esprimerlo a parole” (FF 792).

Negli ultimi anni della sua vita compose il Cantico delle Creature il quale ben riassume la sua spiritualità al cui centro risaltano l’unicità e la bellezza di Dio. Ad alcuni santi Dio da la grazia di condividere il loro cammino di vita anche con altri e quello di San Francesco è uno di questi casi; non dimentichiamo infatti, ed è solo una tra tutti, la figura di Santa Chiara; ritorno sulla sua persona per far notare alcuni tratti comuni tra i santi.

Ne sottolineo due: l’amore unico per Cristo e l’amore per la povertà. Io credo che questi non possano essere separati l’uno dall’altro perché anzitutto Cristo stesso si è fatto povero; di questo ce ne parla anche il Concilio Vaticano II quando nella Lumen Gentium al numero 8 dice che “Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni”.

Così Francesco e Chiara avevano compreso che non vi era maggior guadagno che nello spogliamento di tutti i beni temporali per guadagnare Cristo solo. A noi cristiani questo cosa dice? Certamente non obbliga nessuno all’eroico abbandono di tutto ciò che ha, ma diventa segno profetico della necessaria centratura della propria vita attorno a Gesù.

Due anni dopo la morte Francesco venne proclamato santo e nel 1939 patrono d’Italia da Pio XII il quale riconosceva al poverello di Assisi di essere il più italiano dei Santi, in quanto uno dei padri della nostra lingua, e il più Santo degli Italiani, per via della devozione che gli è rivolta.