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Il dibattito intorno al patrimonio culturale dell’Italia ha sempre bifore che buttano echi sulle piazze e le voci si ascoltano. Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, già Ministero per i Beni e le Attività Culturali, già Ministero per i beni culturali e già ancora Ministero per i beni culturali e ambientali resta sempre un punto di riferimento in quel tipico raccordo tra tutela e valorizzazione.

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Si parla della figura dei nuovi Soprintendenti o del ruolo che dovrebbero avere chi andrebbe a gestire musei e territori. Discutiamone avendo le finestre aperte sulla realtà e dentro le società nelle quali il nostro tempo si trova a vivere.

Concordo con il Ministro Dario Franceschini nel dare un senso “rivoluzionario” allo stesso concetto di beni culturali, ovvero “beni” che appartengono alla “cultura”.

Un Ministero che, nonostante tutto, si è rinnovato, sostanzialmente o non sostanzialmente, con il Codice dei beni culturali del 2005. Prima di questa data, nonostante circolari, decreti, strutture e sovrastrutture tra dirigenze varie e dipartimenti, aveva un punto di riferimento certo: la legge del 1939, la n. 1089 per i beni culturali, ovvero una Legge nata in Regime fascista. Ci fu anche, addirittura, in anni non molto tardi, il tentativo di soppressione del Ministero o dell’accorpamento.

La storia moderna la conosciamo bene, quella recente, sin dalla Commissione Franceschini (anni Sessanta), ma che aveva radici ben lontane, e poi dal 1974 e ufficialmente dal 1975.

Che non abbia avuto un ruolo importante, nel corso di questi anni, non è vero. Altrimenti chi avrebbe retto tutte le strutture periferiche del mondo dei beni culturali: dagli scavi archeologici alle biblioteche, dagli archivi ai monumenti, dai musei alla promozione della cultura italiana nei paesi esteri, dalla tutela delle tradizione alla tutela della lingua(?).

Deve essere chiaro un dato: aver inserito i beni archeologici, i beni musicali, lo spettacolo dal vivo, il cinema, il teatro, le antropologie, i premi per la traduzione, il diritto d’autore in un unico “taglio” istituzionale è stato un fatto importante e interessante, perché è la testimonianza di una idea complessiva di cultura e aver messo insieme la valorizzazione, la tutela e le attività è stato un inizio ben articolato, in cui i processi vitali di un territorio si sono aperti, almeno idealmente, ad un raccordo tra risorsa, vocazione ed economia.

Il nervo scoperto resta quello che senza “finanze” non si fa cultura? Ma, avvalendomi della mia esperienza, posso affermare, con consapevolezza, che non tutto dipende e può dipendere dalla mancanza di risorse economiche.

Visitiamoli questi luoghi della cultura in tutta Italia, quelli che dipendono dal Ministero e quelli che dipendono dagli Enti locali, per renderci conto che le idee fanno, in molte occasioni, un salvadanaio per investimenti. Spesso ci “nascondiamo” sotto il fatto che non abbiamo i soldini per portare avanti un progetto, ma il progetto ha bisogno di idee e, quindi, non solo di linee amministrative bensì di percorsi culturali che tirano nel gioco altre realtà.

Allestire un museo, nelle sue diverse espressioni: dall’archeologico all’arte moderna, dal musicale all’antropologico, didatticamente leggibile nella modernità delle dialettiche internazionali non è solo una questione di vuoti o pieni economici. Lavorare tra Enti e associazionismo e volontariato non è questione soltanto di vuoti o pieni economici. Proporre una articolazione di mostre tra archeologia, antropologia, architettura, letteratura, storia, “emeroteche” non è questione soltanto di economie.

Per sviluppare un forte dibattito sulle culture sommerse occorre coraggio, volontà e scelte. I compiti dei beni culturali non sono solo quelli rigorosamente istituzionali, ma intellettuali. L’intellettuale deve raccordarsi con il mondo vasto dei beni culturali e poi bisogna allargare sempre più questo mondo dei beni culturali alle culture che non sono solo quelle “caratterizzate” nelle norme del Codice.

Un Ministero aperto. Ovvero un Ministero della Cultura che faccia cultura e non soltanto tutela delle memorie.

È necessario dare un senso alla identità di un patrimonio come “nazionalità” delle culture valorizzando la cultura italiana attraverso i diversi scibili. Per fare questo bisogna aprirsi ad idee divergenti e articolate per giungere ad una convergenza di una cultura dell’identità italiana attraverso le risorse e le vocazioni complessive di un territorio.

Senza una filosofia e una estetica della identità italiana non si può parlare di un Ministero dei beni culturali che sia altamente rappresentativo di una espressione culturale nazionale in tutto il mondo.

Un Ministero della Cultura deve essere un Ministero delle Idee e per le idee e non tentare di fare della cultura unicamente un progetto economico “provvidenziale”. Riconsidero il discorso. Partiamo dalla cultura delle idee per proporre una cultura che possa essere investimento.

Abbiamo la necessità di rendere la tradizione innovante in un contesto in cui dalle eredità è possibile trarre una chiave di lettura e di proposta economica. Il patrimonio culturale è identità, ma anche risorsa, ovvero nuova economia.

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