Cinema e letteratura creano il tempo dell’attesa. Un tempo che ha processi sia estetici che linguistici, sia di costruzione dei personaggi sia del destino dell’avventura.

Il fascino del cinema è il fascino di una cultura che va oltre la parola. L’immagine è specchio e maschera, movimento e pausa. Il cinema è America. Così Cesare Pavese (1908 – 1950), di cui ho parlato nel mio “L’alchimia della letteratura” (NEMAPRESS). Dal cinema alla letteratura e viceversa dalla letteratura al cinema gli intrecci che si accavallano in questo complesso ed entusiasmante passaggio hanno quasi sempre delle risonanze sia sintattiche che iconiche.
La parola e l’immagine, il suono e la visione si amalgamano sullo schermo e nel pensiero dando una maggiore vibrazione al senso della coralità.
Il narrare cede il posto al mostrare o viceversa, ma entrambi fanno parte della rappresentazione e dell’espressione sostanziale dell’arte. Da qui alla forma, al comportamento, all’analisi del contenuto. Il cinema e la letteratura si servono di livelli per meglio comunicare i loro messaggi. Da qui l’importanza del soggetto e quindi della scenografia. In questo contesto numerosi sono stati gli scrittori italiani che si sono confrontati con il cinema.

Il cinema è stato (ed è) fondamentale nella letteratura e la letteratura a sua volta diventa, sostanzialmente, un elemento significativo. C’è da dire anche un fatto. Molti romanzi hanno già dentro la loro struttura una dimensione cinematografica e non perché vengono costruiti a priori cinematograficamente, ma perché lo scrittore riesce a vivere gli scenari e a strutturare i personaggi grazie a respiri lunghi o corti ma sulla base di una propria idea di scenografia.

In altri termini molti scrittori, quando scrivono, non fanno altro che costruire immagini. Le immagini sono quelle categorie che permettono al soggetto di essere trasformato. Viceversa, avviene anche che molti film hanno dentro la loro “partitura”, scenica e linguistica, un iter romanzesco. Ovvero, una visione romanzata della storia che vi si racconta.

In fondo la letteratura stessa è una letteratura, e mi riferisco al romanzo in particolare, che crea scenari sui paesaggi immaginari e sostiene l’avventura che intraprendono i personaggi. Già di per sé il romanzo si porta dentro la fisionomia di un raccontare per meditazioni, dialoghi e immagini. Appunto per questo si potrebbe anche dire che un romanzo è un soggetto che prosegue per impianti scenografici. Mentre un film, che si rispetti chiaramente, è sempre un raccordare la parola dei personaggi con le immagini che si vedono.
Ne potremmo citare molti, ma ci limitiamo a un solo caso, a uno scrittore conosciuto per altri meriti che però si è anche applicato ad elaborare soggetti per il cinema. Si tratta di Cesare Pavese.
Sin da studente amò profondamente il cinema. Infatti due suoi saggi di critica cinematografica risalgono al 1929 il primo e al 1930 il secondo. Furono pubblicati su “Cinema Nuovo” del luglio-agosto 1958, dai quali trapela la forte passione legata a profondi connotati analitici e critici. Già da questi due saggi scritti in giovane età si può evincere il rapporto fra cinema e letteratura che in Pavese è rimasto sempre irrisolto sia per la sua prematura scomparsa, sia per una serie di altri interessi culturali che si assommano alla sua ricerca estetica in campo cinematografico.
Ma Pavese non fu soltanto un teorico o un critico che si apprestava a formulare elementi di studio in un terreno allora inesplorato, giovane e con molte prospettive aperte che tendevano alla eterogeneità della ricerca. Oltre a frequentare quasi quotidianamente le sale cinematografiche, Pavese compose anche soggetti che rispecchiavano già tutto il suo mondo drammatico e teso sulla corda di un’immensa tragicità.
È il caso di “Un uomo da nulla” pubblicato sul settimanale “Tutto libri” del 28 aprile 1979 dove si intravede una tristezza malinconica, muta e assordante che lo ha accompagnato sino alla fine.
Si tratta di una sceneggiatura divisa in due parti dove i ruoli sono ben distinti e i personaggi ben collocati come se già si muovessero sulla scena o meglio sullo schermo. È chiaramente rimasto in fase di abbozzo, ma la vena autobiografica è molto evidente. È da collocare in quella gamma del cinema muto che fa emergere la sua costante presenza artistica.
Negli ultimi anni della sua vita scrisse alti soggetti, se ne calcolano sette, destinati questa volta al cinema sonoro. I due soggetti pubblicati su “Cinema Nuovo” del settembre-ottobre 1959 sono Il diavolo sulle colline e Breve libertà. Erano per le sorelle Dowling.

Anche qui i personaggi si muovono in un contesto ben raffigurato che pone al centro fattori e problemi umani, psicologici e sociali. In entrambi gli ambienti si reggono su una tensione che ha qualcosa di drammatico e di lirico.
Allora. Il percorso cinematografico pavesiano passa attraverso alcune fasi. 1. Nasce come frequentatore di sale cinematografiche e subito crea dei riferimenti critici tra il 1927 e il 1929.
2. Studia il ruolo del cinema leggendolo in termini letterari, ovvero tra immagine e scrittura.
3. La letteratura americana diventa fondamentale portando, con la sua tradizione, nel cerchio scrittori che resteranno nella storia.
4. Scriverà soggetti per il cinema pensando come interpreti le sorelle Dowling.
5. Di alcuni suoi romanzi verranno tratti film importanti e verranno portati sulle scene teatrali il suo “Vizio assurdo” e pagine di Leucó.
Tutto questo trova un senso nella sua formazione e nella sua ricerca letteraria oltre che nel suo “mestiere di vuvere”.
L’incomprensione, il senso di morte e la solitudine sono i fili dominanti che reggono quasi tutto lo scenario, il quale sembra costruito per interpreti-personaggi già delineati.
Nel romanzo le immagini si ascoltano, si sentono, si avvertono. Nel film si vedono e prendono corpo grazie all’immagine. Nel romanzo prendono corpo attraverso la fantasia. Quindi il gioco fondamentale è tra la fantasia che proietta sensazioni che si trasformano in immagini e le immagini che producono, a loro volta, sensazioni. Un interscambio utile e necessario in termini letterati e cinematografici.
Cosa succede, in realtà, quando si porta un romanzo sullo schermo? Il romanzo resta un romanzo con una sua struttura non solo da valutarsi sul piano linguistico ma soprattutto sul piano della collocazione e del vissuto dei personaggi. Le immagini che nel romanzo ci sono vengono catturate dal lettore. Non vengono offerte come immagini tout court. Mentre nella trasposizione cinematografica il gioco è tutto un attraversamento di immagini e di scenari al di là dei dialoghi. Ma un film è sempre un ulteriore romanzo.

Il Novecento letterario è stato attraversato dalla caratterizzazione della dialettica tra scrittore – regista e scenografia. Gli esempi non mancano. Ciò che, comunque, contrassegna limpidamente la questione, in realtà, ha una sua versione chiarificatrice nell’affrontare il “nodo” del personaggio. Oltre ai personaggi ci sono i luoghi, i rimandi, la lettura storica. Attraversamenti dentro il processo creativo della macchina da presa.
Il cinema è movimento reale. Nel romanzo è l’immaginazione che prende il sopravvento attraverso le metafore. Ma il personaggio resta un disegno fondamentale. Già Giacomo Debenedetti, in alcuni suoi studi, aveva posto tale riflessione. Il personaggio compie un’avventura. La compie sia nel romanzo che nel film. Il discorso consiste nel come questa avventura si possa poi realizzare..
D’altronde, Pavese mirava a realizzare un soggetto che andasse per la sua Costance, l’ultimo suo amore o forse l’ultimo suo inganno. Ma al di là di questa parentesi il cinema per Pavese non era certamente evasione, era fondamentalmente ricerca sia letteraria che tecnica, e soprattutto rappresentava un motivo di confronto con la sua attività di scrittore e di letterato.
Non era assolutamente un mezzo per descrivere la realtà, era sostanzialmente qualcosa di più che si apriva a valutazioni metaforiche e marcatamente culturali nel senso critico del termine e in quello più strettamente poetico. Se ne serviva per capire, attraverso l’immagine, la messinscena, la ribalta, il retroscena, i suoi conflitti, le sue contraddizioni esistenziali che lo hanno lacerato profondamente. Il cinema, dunque, come metafora, come ricerca e come confronto.

Ecco cosa scriveva: “… persona e scena hanno uguale importanza e son collocate e messe, nel dinamismo del quadro in posizioni e movimenti che valgono in quanto composizioni mobili di luci e di ombre, fuori del preciso realismo del gesto nella vita”.
È questa la visione che Pavese ha del cinema. Una visione che travalica il concetto stesso di realismo per dare una dimensione dinamica, sintattica, corale all’immagine filmica.
Ecco perché il rapporto cinema letteratura è un binomio essenziale della sua ricerca. I suoi romanzi d’altronde si spiegano sulla pagina come se fossero sul campo aperto dello schermo. Le pagine si leggono come se fossero immagini e in questo caso esse non solo si ammirano ma si ascoltano anche come se fossero parole. I suoi soggetti e tutto il suo lavoro di sceneggiatura e di critica cinematografica rimangono fortemente legati alla passione per il cinema tout court e al suo operare per la letteratura e per la poesia.

La sua vita e i suoi scritti sono una testimonianza viva di un’arte che costruisce e ricostruisce avventura e personaggi. In fondo cosa rappresentava il cinema? Ecco la sua osservazione a tutto tondo: “Il cinematografico può aggiungere la perfetta visione in movimento della realtà poetica stessa, vista negli oggetti che formano ogni mondo interiore, stilizzati secondo il ritmo, il sentimento di quel mondo”.

Da qui bisognerebbe partire per non dimenticare lo spirito che a un tale rapporto Pirandello e D’Annunzio avevano dato e dedicato. Perché nonostante tutto, nonostante la trasformazione della “macchina” da presa, nonostante gli strumenti applicati nel cinema il problema che si pone, ancora oggi, è sempre lo stesso. Il dialogo! Un dialogo che è fatto di linguaggi che si esprimono attraverso una griglia di simboli.

Un rapporto che non ha mai smesso di creare istanze estetiche. Cesare Pavese su queste istanze ha lavorato molto. Sia in letteratura che nei soggetti cinematografici.