Nei giorni scorsi, presso il porto di Taranto, una nave inglese ha sbarcato un migliaio di migranti salvati dalle acque del Mediterraneo.

Uno sbarco ultimo solo in ordine di tempo, preceduto da altri e che da altri – facile immaginarlo – sarà seguito. Migliaia di persone, con i loro sogni e le loro speranze, ma anche on le loro necessità ed i loro bisogni, che come Falanto da Taranto ricostruiranno un nuovo futuro. L’episodio testimonia, semmai ci fosse ancora bisogno di una conferma, di come Taranto venga ricordata dallo Stato quasi sempre solo quando serve, salvo poi cadere nel dimenticatoio. E’ successo anni fa per l’aeroporto di Grottaglie, che dopo anni di inoperoso limbo venne riattivato in fretta e furia per supplire alla chiusura degli scali di ari e Brindisi durante la guerra del Kosovo. E’ accaduto nei mesi scorsi, quando alla necessità industriale dell’Italia si sono prestati quasi una decina di decreti legge che permettevano la continuazione del processo produttivo dello stabilimento siderurgico. Succede oggi, con un porto che è sostanzialmente vietato a crociere e diportisti, è stato praticamente abbandonato dal traffico merci, viene lentamente svuotato dalla flotta militare ma è sempre buono per far sbarcare quasi giornalmente migliaia di persone.

La realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti, e desta sconcerto e perplessità – per non accennare ad altre più appassionate reazioni – che questa ricchezza più unica che rara venga abbandonata a sé stessa, lasciata nel dimenticatoio, portata al fallimento insieme al destino di migliaia di persone che dal porto di Taranto traggono lavoro e sostentamento. E’ davvero possibile che compagnie multinazionali possano cessare la loro attività nello scalo ionico senza che si faccia di tutto per convincerli a rimanere? E’ accettabile che ancora una volta Taranto paghi oggi un prezzo elevatissimo in termini economici e sociali, dopo aver già dato tanto? Si parla di riunioni romane e “piani B”, si accenna a operazioni di scouting e ricerca di altri operatori, come se bastassero i buoni propositi per tranquillizzare chi vede nubi sempre più nere addensarsi all’orizzonte.

Taranto muore, altrove – cinicamente ma comprensibilmente – si festeggia; altri scali, italiani e stranieri, traggono giovamento dal suicidio miope a cui è stato portato il porto ionico e le sue attività economiche. Lavoratori e operatori gridano la loro rabbia ed esprimono la loro disperazione ad alta voce, ma forse non abbastanza perché si senta a Bari o a Roma; fino a quando, ci chiediamo ancora una volta, Taranto dovrà e potrà sopportare tutto questo?