Nelle civiltà pre – cristiane il mito era il racconto per immagini. L’immaginario vive nel mito e il mito crea la poesia, il linguaggio della poesia che si fa viaggio non nelle “cose”, ma nel fantasioso, nel mistero, nella maschera.

La maschera non è solo un oggetto. Anzi la maschera è il simbolo dell’anima. Pensiamo per metafore soprattutto quando incontriamo la parola e l’antropos. Sono del parere che dietro le figure oggettive del ragno e della ragnatela si celi una grande metafora. Sul piano lessicale e semantico il ragno è maschile e la ragnatela femminile. Il cosiddetto “timore del ragno e della ragnatela” rimanda a una paura inconscia. Senza tirare in ballo la psicanalisi, questa intrinseca fobia è attinente l’oggetto in sé, una parte non vivente ma vissuta. Un oggetto che si fa soggetto.

Il ragno crea la ragnatela. L’uomo crea l’inquietudine, il dubbio, la perplessità, l’intreccio. La capacità enigmatica e il labirinto. A pensarci bene la ragnatela rinvia al concetto di labirinto. Dal labirinto però si può uscire, basti pensare al mito di Arianna. Ma come si fa ad uscire dalla ragnatela? Ecco che il timore diventa “furore” anche sul piano antropologico.

Di certo questa fobia ha origine dall’immaginario del ragno. È sufficiente osservarlo. Un oggetto-soggetto che si mostra con bellezza mista a supponenza. È come se dicesse: “Attenzione! Con i miei tentacoli posso arrivare dappertutto”.

La ragnatela incute ancora più timore del ragno. È difficile trovarne persino l’entrata. Ovvero la partenza del punto del filo che ha iniziato la trama. Un po’ come l’immagine invertita della caverna di Platone. All’interno di questa simbolica visione gioca un ruolo importante la funzione erotico – sensuale del ragno e della ragnatela. Il ragno, inoltre, vive la sua solitudine. Antropologicamente è solitudine. È quasi impossibile riuscire a vedere due ragni che formano un’unica ragnatela. Il ragno è, appunto, il laboratorio della solitudine.

La ragnatela è composta da fili a forma di raggi che ci trasportano al tempo ancestrale dell’esistenza umana, a quando tutto era selvaggio, primitivo, eroticità nel mito. Una eroticità inconscia e inconsapevole, senza colpa e senza peccato, in fondo non appartiene alla cattolicità il simbolo del ragno.

Gli uomini primitivi convivono con la nudità e con il senso del nudo. Avevano stabilito, in maniera non razionale, di abitarsi nella nudità. Non perché non ci fossero abiti o foglie, oppure rami, ma perché era una questione di madre terra, nudi come la terra, nudi come il cielo, nudi come il vento quando il vento soffia da Oriente. Il senso del selvaggio ci riporta, in termini biblici, ad Adamo ed Eva, già “tempi moderni” rispetto alle civiltà primitive e a quelle civiltà in cui l’archetipo era tutto, in cui il mito raccontava.

La leggo in questi termini la necessità di indagare il legame tra ragno e ragnatela. Si è fatto un grosso abuso della questione che rimanda alla “tarantolata”, al morso del ragno. Un fatto folcloristico successivo al quale si è voluto dare un significato di sensualità, di ritmo selvaggio lasciato alle movenze del corpo, ai movimenti e alla gestualità.

La “tarantolata” è colei che viene punta dal ragno perché ha bisogno di essere penetrata. Infatti si parla sempre della tarantolata, mai del tarantolato. Si tratta, quindi, di una coniugazione in termini di un’antropologia della sensualità e dell’eros.

Adamo ed Eva ci appaiono due figure pudiche coperte da una foglia di fico che non ne nasconde la nudità, ma scontano il peccato originale. Il peccato originale? La foglia di fico nasconde solo gli organi che rimandano alla riproduzione, quegli stessi organi che evocano il piacere. Il piacere diventa però il peccato perdonato nella confessionalità cattolica e il vivere del ragno è quello di creare la ragnatela, diversamente non farebbe paura, non creerebbe il “timore nero” (se vogliamo usare questo termine). Quando si spegne il morso della tarantolata? Nel momento in cui il ragno si uccide, ovvero nel momento in cui l’eros finisce, nel momento l’orgasmo si concede all’appagamento.

Siamo agli estremi di una dichiarazione semi-antropologica o prettamente fantastica. Sta qui il nocciolo della questione che ci induce sempre a distinguere tra il ragno e la ragnatela. Il ragno spaventa. Questo è un dato di fatto.

Io stesso, alle volte, mi trovo a dover convivere con i ragni e con le ragnatele. Non si può pensare di convivere con la ragnatela senza accettare il fatto di avere nella propria casa un ragno. Vero è che, una volta formata la ragnatela, il ragno va via. Qui si stabilisce la ritualità del morso e la ritualità del riposo. Una antropologia della magia che richiama la danza, il canto, la gestualità, la sensualità: elementi e aspetti di un mondo primitivo pre-cristiano che restano come simboli in una grata di archetipi il cui linguaggio è dato dal simbolo.