Qualche giorno fa mi sono soffermata su una vignetta di Sergio Staino inserita in un sito internet. Ci sono una ragazzina che chiede ad un migrante “Perché vi mettete in mare se sapete che forse morite?” ed il migrante, con un fagotto sulla spalla che potrebbe contenere le poche cose che ha potuto imbarcare con sé che risponde: “… per il forse”. E in particolare la mia attenzione e il mio cuore si son fermati su quel “forse”.

Cosa c’è dietro quel “forse”? Sicuramente gli sbarchi rappresentano solo l’ultima fase di un lungo processo iniziato mesi e anni prima. La grave situazione politica ed economica di diversi paesi dell’Africa costringe migliaia di persone a fuggire da persecuzioni, guerre, condizioni intollerabili di vita, ritrovandosi così ad affrontare i rischi di un lungo e altamente faticoso e incerto viaggio, in condizioni di pericolo estremo per raggiungere gli Stati Europei, in primis la Nostra Italia. La ricerca di darsi l’opportunità di vivere una vita dignitosa, migliore per se e per i propri cari è la speranza che in quel “forse” trova la motivazione a imbattersi in un mare che può unire e lacerare al contempo, dovuto in particolare all’eccesso di affollamento sui barconi. Dietro quel “forse” vi sono sentimenti altamente contrastanti e ambivalenti di dolore, sofferenza e speranza, aspettative, sogni. La salute psico-emotiva è gravemente messa alla prova.

La separazione dalla propria Terra, dai propri cari, quindi dal contesto familiare, affettivo, sociale e culturale originario, la decisione della partenza, le condizioni nelle quali avviene la partenza, il viaggio, la morte di persone che condividevano lo stesso sogno, la stessa speranza, quello stesso “forse”…e poi l’arrivo e l’incertezza; tutti questi vissuti possono produrre la rottura di eventuali equilibri psico-emotivi. In questa condizione di precaria salute psichica, corporea ed emotiva, l’emigrante deve trovare anche l’energia per poter ridefinire se stesso, il proprio progetto di vita in una nuova Realtà. Sayad, sociologo algerino, ha parlato di passaggio dall’ “illusione dell’emigrazione” alla “sofferenza dell’immigrazione” nel libro La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, in cui sosteneva che il migrante diviene il luogo controverso di una “doppia assenza”, ossia è assente contemporaneamente sia dalla società d’origine che da quella ospitante essendo escluso dall’ordine politico e sociale di entrambi i luoghi che ha abitato e che abita, come se fosse uno straniero presso il mondo intero.

Sayad parlava di atopos, “persona fuori luogo”, persona non classificabile e priva di un proprio spazio all’interno della società. Comprendiamo bene come questa contraddizione e non-appartenenza possa creare profonde ferite psichiche, emotive e nell’anima, vivendo la solitudine, l’indifferenza, il sospetto e la diffidenza o peggio ancora il disprezzo e l’odio. Può sentirsi inferiore socialmente, giudicato, osservato, fuori luogo. E anche se la propria famiglia, nel momento in cui è presente, potrebbe aiutarlo e aiutarsi, non è pienamente sufficiente. Tahar Ben Jelloun nel “L’Estrema solitudine” si è soffermato sulle diverse patologie dei migranti maghrebini in Francia, in particolare sulle diverse forme di somatizzazione come espressione di disagio psico-socio-emotivo. L’estrema solitudine, l’esclusione sociale, le condizioni pesanti e faticose di lavoro, spesso l’assenza di una rete familiare di sostegno possono creare un “vuoto affettivo” nell’immigrato che culmina con il divenire straniero a se stesso.

Pertanto la storia di vita che si cela dietro quel “forse”, prima della partenza, è una variabile significativa nel poter prevedere eventualmente anche il benessere psico-emotivo e la capacità di adattamento nella nuova Realtà. Ciò significa che l’accoglienza all’arrivo deve focalizzarsi sull’emergenza, come già accade grazie al prezioso lavoro degli operatori socio-sanitari, tra cui psicologi dell’emergenza e, appena possibile, focalizzarsi non solo sulla sistemazione, ma anche sul vissuto e sugli aspetti psicologici precedenti appartenenti al “forse” di ogni persona.