Chi oggi visita le botteghe ceramiche di Grottaglie non avrà difficoltà ad imbattersi in pumi e bambole e nel sentirsi raccontare le storie e le leggende – più o meno realistiche – legate a questi oggetti.

E’ altrettanto facile trovare in esposizione anche oggetti come acquasantiere, ciarle, capasoni vummili e sruli che – pur avendo perso oggi la loro primaria funzione d’uso – vengono comunque usati come complementi di arredamento in case e giardini.

Un po’ meno comuni nelle nostre botteghe sono invece gli albarelli, vasi in ceramica che un tempo erano parte imprescindibile della dotazione di ogni farmacia, e che ancora oggi fanno bella mostra di sé su scaffali e mensole, tra pomate e pastiglie.

Indispensabile contenitore di farmaci ed erbe medicinali

L’albarello era infatti un vaso, quasi sempre cilindrico, usato nelle antiche farmacie per contenere spezie, prodotti erboristici o preparati medicinali. Si diffuse in Italia nel periodo medievale e rinascimentale, ed anche quelli prodotti oggi richiamano lo stile dei quel periodo storico nella decorazione e nei nomi dei prodotti che vengono riportati sul fronte dei vasi.

Alcuni particolari nella forma dell’albarello ne testimoniano la sua funzione pratica: L’ampia imboccatura serviva ad infilare mestoli o cucchiai o a far passare agevolmente pezzi di radici e cortecce; l’orlo ripiegato – come nel caso di capasoni, cammautti e capase – serviva a far passare lo spago con cui si sarebbe fissata la stoffa o la pergamena utilizzata per chiudere l’apertura ed evitare l’inquinamento del contenuto. Ancora, come detto, sul recipiente era indicato il prodotto contenuto per una sua facile individuazione, mentre la ricchezza della decorazione testimoniava il pregio del prodotto e la sua destinazione ad un ambiente signorile e benestante, come un tempo erano le farmacie.

Molti albarelli hanno il fondo bianco, altri hanno la smaltatura in celeste, tipico – ad esempio – della ceramica di Laterza (e non solo…); tutti sono smaltati all’interno ed all’esterno, sia per evitare la traspirazione di aria e umidità (principio che è alla base del “funzionamento” del vummile che mantiene fresco il contenuto anche sotto il sole d’agosto) che per poter conservare anche prodotti liquidi, viscosi o resinosi.

Una forma funzionale ed elegante

L’albarello si presenta come un vasetto cilindrico di varie misure, molto spesso strozzato nella parte centrale, di bocca ampia e con una rientranza sotto l’orlo, e si caratterizza per essere realizzato in maiolica, non raramente decorata con ricche miniature, perché questo materiale consentiva di conservare anche prodotti liquidi o viscosi.

Raramente l’albarello ha manici o coperchio, anche se non mancano esemplari di questo tipo, probabilmente derivati nella forma dalle più classiche zuppiere. La loro forma cilindrica permetteva di posizionarli in serie, affiancati, su mensole e scaffali, in maniera da ottimizzare gli spazi ed essere facilmente manipolabili. Altre teorie ne fanno risalire la forma agli imballaggi realizzati con le canne di bambù ed utilizzati per secoli per trasportare droghe e spezie dall’Oriente.

Dall’Oriente giungono sicuramente i progenitori dei moderni albarelli, dal Medio Oriente – attraverso le invasioni arabe – giunsero nella Spagna e nell’Italia meridionale e da qui si diffusero in tutta Europa, tanto da aver fatto parte della produzione di tutti i centri ceramici attivi negli ultimi secoli.

Mistero sul nome: origine latina o pegno d’amore?

A differenza di altri prodotti ceramici, l’etimologia del nome dell’albarello non è unanimemente accettata; molti studiosi la collegano al latino “albaris” nell’accezione di “bianchiccio”, con evidente riferimento al colore della smaltatura, ma in alcune botteghe vi capiterà di sentirvi raccontare che il nome è derivato da Albarella, il nome di una graziosa fanciulla, figlia di un farmacista, di cui si era invaghito un passionale ceramista che volle ricordare nelle forme sinuose e sfilate del vaso la figura della sua amata, che avrebbe potuto immaginare di carezzare solo durante la modellatura al tornio dei vasi, stante la differenza di censo che rendeva il loro amore impossibile da realizzare.