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E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve fare”, se fosse stato meno cinico Don Procolo Falanga avrebbe forse spiegato così il suo mestiere.

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Ma il protagonista di questo racconto di Antonio Franchini non fa sconti a nessuno, neppure a sé stesso, e non usa mezzi termini per stroncare direttori commerciali e aspiranti poeti, sedicenti scrittori di best seller e giovani venditori più attenti all’ideale letterario che alla dura legge dei resi in magazzino.

Nell’arte in generale e nella letteratura in particolare le dimensioni non contano, non sempre almeno: così tomi di migliaia di pagine si rivelano imprecisi e inconcludenti e agili libretti arrivano al punto con chirurgica precisione, ci sono buoni incapaci di suscitare la nostra solidarietà e cattivi verso cui sentiamo istintivamente di schierarci al fianco.
Franchini conosce il mondo dell’editoria da entrambi i lati della barricata, e se nel suo essere scrittore ha saputo descrivere illuminanti figure di guerrieri e combattenti, nell’essere editor avrà affrontato certamente battaglie non meno impervie e conosciuto personaggi più singolari dei suoi personaggi border line. In “Memorie di un venditore di libri” (Marsilio editore, 2011, 80 pagine) viene riproposto un racconto del 2000 che ci mostra l’altra faccia dell’editoria, cosa c’è dietro le pagine stampate, gli scaffali illustrati, la carta patinata. Un mondo fatto di direttori commerciali e venditori, di addetti alle vendite che trattano il libro come qualsiasi altra merce e di negozi stagionali percui saggi e romanzi sono più un ingombrante impiccio che una possibile fonte di guadagno. Don Procolo Falanga, personaggio così eccessivo da destare il confermato sospetto che sia ispirato ad una persona vera, si abbandona ai ricordi per compiacere chi già li ha sentiti narrare e per stupire chi li ascolta per la prima volta, racconta di negozi stagionali del Cilento in convention austriache, narra di mogli assatanate di librai di Gragnano, seminaristi spogliati di Sorrento che copulavano dietro al bancone e di empori di Torre del Greco che propongono libri insieme a “candele, carta igienica, corde, mollette per stendere i panni, segatura, lacci pe’ scarpe e molle pe’ mutande”.

Sanfedista orgoglioso, alfiere di un Sud ormai passato ma orgogliosamente rivendicato, Don Procolo è il soldato che dopo anni di trincea in prima linea sotto il fuoco nemico guarda con un ghigno ironico privo di qualsiasi invidia l’azzimmato ufficiale che ha conquistato medaglie e nastrini protetto dal suo ufficio lontano chilometri dal fronte, è il Fantozzi che ci autorizza a dire – e non solo a pensare – che certi “best seller” non valgono neppure la carta su cui sono stampati, che con buona pace di master e corsi di formazione, per vendere bisogna conoscere i clienti, anche – se non soprattutto – per vendere libri.
Antonio Franchini disegna in meno di cento paginette un personaggio degno di ben altro sviluppo narrativo, ma in fondo è meglio così, Don Procolo quello che doveva dire lo ha detto, sta a noi riflettere sulle sue parole e ricordarle, ogni volta che apriamo una copertina, sfogliamo delle pagine, osserviamo delle illustrazioni, riflessioni ancor più urgenti oggi che il mercato online ha quasi completamente soppiantato scaffali e banconi.

«Allora, don Procolo, le piacciono i libri di quest’anno?» chiese, così, tanto per rompere il ghiaccio. «Buoni p’appiccia’ ‘o fuoco» disse il venditore. «Come?» «Sentite, io capisco che scegliere i libri e nu mestiere difficile. Capisco ca ccà tutti vonno scrivere e nisciuno vo’ leggere, però, dico io, primma ‘e ci presenta’ ‘sti libri passateve ‘na mano ‘ncoppa ‘a cuscienza!»

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