Mi sono infatuato di Michele Mari leggendo le “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, il sentimento è diventato passione sconfinata con con “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”, si è ancora trasformato in inscindibile matrimonio con “Leggenda privata” e – ne sono certo – si confermerà in eterno sodalizio con “Rosso Floyd”.

L’avvertito lettore comprenderà quindi bene come le righe che seguono potranno essere considerate tutt’altro che imparziali o obbiettive, riuscendo Michele Mari li dove molti hanno fallito o non si son neppure avventurati, ovvero esplorare gli oscuri meandri dell’animo umano, il suo in primis.

Leggenda privata” è una autobiografia, o almeno lo dovrebbe essere: il condizionale è d’obbligo per un’opera che l’autore scrive essere stata sollecitata da una Accademia che vede tra i suoi membri Quello che Gorgoglia e Quello che Biascica. Come tutti i grandi scrittori, Michele Mari mette a nudo fatti ed emozioni personalissime, facendole risuonare come un diapason con quelle del lettore, specialmente – ma non esclusivamente – se questi sia un suo coetaneo, pur con una decina di anni in più o in meno, non foss’altro che per cogliere la portata di alcuni episodi che riverberano in climi ed abitudini del secolo scorso, che oggi potrebbero apparire anacronistici, seppure non troppo cronologicamente distanti dal nostro quotidiano. Non so se oggi nei bar si venda ancora il Mottarello o se negli istituti scolastici superiori ci sia un bidello (horribile dictu!) che – al pari di Ovidio spacci, neppure troppo sottobanco, untuosi tranci di focaccia utili a placare gli appetiti dei giovani studenti, di certo troverebbero immediata e netta condanna i metodi correttivi applicati dagli avi paterni dell’Autore, per tacere delle scelte nutrizionali della di lui madre, che parzialmente giustificati dalla condizione economica post separazione coniugale, farebbero insorgere nutrizionisti autodichiarati, buonisti a mazzi da 12 e pedagoghi conto terzi.

Da quanto scritto si intuisce il peso (in tutti i sensi) dei genitori nella storia personale di Michele Mari, che lui racconta senza infingimenti vezzosi, senza reticenze ipocrite o iperboli da salotto televisivo della domenica pomeriggio. Non fossero bastati padre e madre, si aggiungono i nonni, che più diversi tra loro non potrebbero essere. Basti a chi legge queste righe sapere – senza tema di svelare nulla che vada gradualmente scoperto – che l’Autore scrive che il suo rapporto con il padre era “UN AMMIRATO TERRORE” in maiuscolo e al centro della pagina. Non meglio va alla madre, vista a mo’ di ultracorpo, un fantasma fin troppo fisico (o una persona fin troppo evanescente, al lettore risolvere il busillis) che tra baci della buonanotte concessi di nascosto, bevande magiche contro gli incubi, lessico personalissimo e irrisolti rapporti con i genitori ed il loro essere borghesi, costituisce un esempio tutt’altro che esemplare nella didattica dei rapporti umani.

A far da Beatrice, tra le pagine di questa “Leggenda Privata”, una ragazzotta dagli zoccoli intriganti e dal nome sconosciuto (Donatella? Ivana? Loretta? O forse Margherita?) che con la sua acerba femminilità offre all’Autore una alternativa visione del femminino vieppù inquinata da domestiche dallo scarso senso della pulizia, nonni amanti dei culi alti e inviti paterni a visualizzazioni tutt’altro che erotizzanti.

La scrittura di Michele Mari o la si ama o la si disprezza, e pare pleonastico spiegare da che parte io mi schieri. La sola lettura di termini come “pigerrimo”, “lutulento”, “locupleto”, “ipocorismo” valgono l’acquisto del libro e la sua lettura, perché si tratta di perle disseminate con noncuranza da chi ne possieda un traboccante forziere e non vanagloriosa mostra di chi espone qualcosa per far intendere di avere molto altro. Superlativi assoluti che si intersecano con aggettivi inusuali e sostantivi desueti sono ben più che mollichine che ci guidano lungo il sentiero che l’Autore vuole farci percorrere, costituiscono piuttosto la sua dichiarazione d’intenti, il suo identikit neppure tanto inconsapevole, che insieme ai ricordi riportati con il giusto peso tra distacco ed empatia (uno per tutti, il segnante confronto tra “la voluttuaria e superflua castagna e la necessaria ed onesta michetta”) tracciano di lui un umanissimo profilo che si attaglia alla perfezione con chi racconta di parlare con Quelli di Sotto e Quelli di Sopra.

Non cerca solidarietà Michele Mari, neppure nei momenti in cui non ci si può non chiedere come si riesca ad uscire accettabilmente sani da simili infanzie, e non gigioneggia con madeleine de’noantri quando ricorda il rumore ritmico delle cartine mosse dai raggi della bicicletta o i gelati delle estati di mezzo secolo fa; illustra piuttosto – senza volerlo minimamente spiegare – il suo modo di scrivere (di vivere?) riuscendo a farti sorridere nei momenti più tristi ed evidenziando quanto a volte possano essere piccoli i “grandi uomini”.

“Leggenda privata” è una «autobiografia horror», ma nulla a che vedere con King o Palahniuk, quanto piuttosto con un Poe dei giorni nostri che ci racconta la sua casa Usher e dei segreti che custodisce nelle cantine e nel torrione.

«Se la madre non lo difendeva, si formava talvolta nella mente del figlio la delirante intenzione di difenderla lui, come si evince da una fotografia scattata dal padre: autentico scudo umano, il figlio si frappone con uno sguardo che dice: “Dovrai passare sul mio cadavere”».

L’Accademia dei Ciechi ha deliberato: Michele Mari deve scrivere la sua autobiografia. O, come gli ha intimato Quello che Gorgoglia, «isshgioman’zo con cui ti chonshgedi». Se hai avuto un padre il cui carattere si colloca all’intersezione di Mosè con John Huston, e una madre costretta a darti il bacino della buonanotte di nascosto, allora l’infanzia che hai vissuto non poteva definirsi altro che «sanguinosa». Poi arriva l’adolescenza, e fra un viscido bollito e un Mottarello, in trattoria, avviene l’incontro fatale: una cameriera volgarotta e senza nome che accende le fantasie erotiche del futuro autore delle Cento poesie d’amore a Ladyhawke… Ma è davvero una ragazza o un golem manovrato da qualche Entità? Assieme a lei, in una «leggenda privata» documentata da straordinarie fotografie, la famiglia dell’autore e il suo originalissimo lessico. E poi la scuola, la cultura a Milano negli anni Sessanta e Settanta, e alcune illustri comparse come Dino Buzzati, Walter Bonatti, Eugenio Montale, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Chiamando a raccolta tutti i suoi fantasmi e tutte le sue ossessioni (fra cui un numero non indifferente di ultracorpi), Michele Mari passa al microscopio i tasselli di un’intera esistenza: la sua. Un romanzo di formazione giocoso e serissimo che è anche un atto di coerenza verso le ragioni piú esose della letteratura.