Nfascinatura

Ricordo ancora come se fosse ieri la prima volta che sentii parlare della “n’fascinatura”. Ero ragazzino ed insieme ad i miei coetanei in un caldo pomeriggio d’estate seduti sui marciapiedi tufosi appena costruiti di una Capone non ancora asfaltata, ci raccontavamo quei racconti di “mmalombre” che sentivamo raccontare da zii e nonni e che ci intrigavano tantissimo tra curiosità e paura. “Tu mai ntisu parlà ti la n’fascinatura?” disse un ragazzino, e si creò subito una atmosfera silenziosa tra chi sentiva questa parola per la prima volta come me, e chi magari ne aveva una certa idea ma la temeva come se fosse circondata da un alone di mistero, di proibito. “Sì –  rispose un’ altro – Zima era stata nfascinata. Stava male, tineva la freve forte, non ci manciava chiù, turmeva sempre, non c’era chiù edda. Era stata colpa ti na vecchia zingra ca l’era fattu na mascìa. Allora nonnma chiamò na cristiana ca mentre la tuccava ticea li preghiere e cussì li llivò la mascìa”.

Secondo la cultura popolare la zia del ragazzo era stata vittima del malocchio e poi grazie all’ intervento di una persona, attraverso un rito particolare, era stata liberata, era stata appunto “sfascinata”. Nella cultura popolare grottagliese, come accade ancora in molte parti del mondo, quando la medicina non riusciva a spiegare l’ andamento di alcune patologie, si pensava che alla base ci fosse un influsso negativo, una sorta di malocchio lanciato da parte di una terza persona che avrebbe avuto come vittima la persona inferma. A questo punto veniva chiamata una persona apposta, capace, attraverso rituali che le erano stati insegnati in giorni particolari, di togliere questo influsso negativo, liberando la vittima dal malocchio.

La persona “n’fascinata” o meglio “affascinata” in genere era una giovane donna o un bambino che subivano l’ influsso negativo attraverso “complimenti apparentemente positivi” che venivano fatti nei loro confronti da persone invidiose. Infatti in passato, da parte dei parenti, si cercava di evitare di fare affermazioni del tipo “ce bellu piccinnu!”o “comu ste cresce bellu!” per paura appunto di “affascinare” la creatura, preferendo frasi come “Ce piccinnu! Cu cresce intra ‘lla crazia ti lu Signore! ”. Pertanto “lu n’fascinu” si identifica con il “potere” che una persona esercita su un’altra, permettendogli di influenzarne la volontà e che in origine era legato a un’idea di magia e di incantesimo. Lo “sfascino” quindi non guarisce le malattie ma dovrebbe servire solo per scacciare il malocchio, ovvero – appunto – la fascinatura .
Ma come avveniva il rito della “sfascinatura”? Poteva essere insegnato a chiunque? O bisognava avere poteri particolari? Cerchiamo di entrare un po’ nel dettaglio. Il rito dello “sfascino” si poteva imparare solo da chi lo praticava già e lo si poteva insegnare soltanto la notte di Natale durante la messa di mezzanotte o, pare in alcune località, anche il giorno di Ferragosto. Inoltre le formule necessarie per “sfascinare” una persona non potevano essere scritte. Pare che solo le donne potessero essere custodi fidate delle formule segrete.

E allora come veniva fatta? Bisognava fare tre volte su se stesso il segno della croce. Si recitava tre volte o il Gloria al Padre o il Credo o l’Ave Maria (oppure tutte e tre le preghiere ciascuna una volta sola) e poi la formula del rito bisbigliando senza quasi farsi sentire: ” Santu Filippu, Santu ‘Ntrea, San Cosimu e Damianu, acchiò Gesù Cristu pi la via,ti ddò vieni Rosalia? Sto vegnu ti nu malatu, tuttu chinu e ‘nfascinatu. E no mi tici ca Gesù Cristu è natu, e natu senza piccatu? Fanne passà lu ‘nfascinu e lu male ti la capu!“.

Quindi si faceva il segno della croce sulla persona “’n’fascinata”, si poggiava il piatto (o una bacinella) piena d’acqua sul tavolo, si intingeva il pollice nell’olio d’oliva precedentemente preparato in un bicchiere, si lasciavano cadere tre gocce nell’acqua accompagnandole con la formula sopra riportate o con questa che segue: “Occhiu, malocchiu, malincunia: iessi malocchiu di la vita mea, e pi’ la Santa Notti di Natali mo squagghi comu l’onna di lu mari!”. Se le gocce d’olio, cadendo nell’acqua, rimanevano integre “lu ’nfascinu” era allontanato. Se invece le gocce si scioglievano si ripeteva il rito. Si ricominciava con un segno della croce fatto sul piatto colmo d’acqua e con le prime gocce d’olio gettatevi dentro e poi oltre che il segno della croce fatta sulla testa persona “’nfascinata” veniva fatto anche un segno della croce alle sue spalle.

Questo significava che il malocchio non era stato allontanato perché si era nascosto dietro le spalle e lì doveva essere trovato. Se “lu ‘nfascinu” persisteva, il rito veniva arricchito. Veniva fatto nuovamente il segno della croce sul piatto e poi sulla persona “’nfascinata”. Poi si buttavano quattro manciatine di sale nel piatto pieno d’acqua e olio, e fatti bruciare tre fiammiferi accesi contemporaneamente , si buttavano anch’essi nell’acqua. Questo a simboleggiare che “lu’nfascinu” che non voleva allontanarsi si stava distruggendo col fuoco. E infine si gettavano nel piatto anche un paio di forbici totalmente metalliche, aperte, per tagliare il male.

Per chiudere definitivamente il rito si rifaceva il segno della croce sul piatto, sulla persona “’nfascinata” e si provava di nuovo a gettare le gocce di olio nell’acqua che se rimanevano integre decretavano il successo del rito, ma se si scioglievano ancora come le precedenti allora voleva dire che il malocchio non ne voleva proprio sapere di lasciare in pace “lu n’fascinatu”. Si poteva distinguere anche se era stato un uomo o una donna ad aver gettato il malocchio. Se le gocce assumevano forma circolare il malocchio derivava da una figura maschile mentre se si allungavano o contorcevano, da una figura femminile.

La ripetizione del gesto e dei simboli usati in maniera triplice richiamava evidentemente la Sacra Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e questo evidenziava una specie di contraddizione per un rito che parla di superstizione ma è sorretto dalla fede.