L’uomo contemporaneo non traccia più un pensiero filosofico. Viviamo una civiltà lontana dalla filosofia, ma dentro un approccio antropologico. I radicamenti antropologici sono però metafore di una “ragione” metafisica. Da Eliade a De Martino compreso Pavese.

La etnoantropologia é un vissuto che scava nel vissuto delle civiltà recuperando il senso della memoria nel tracciato delle nostalgie. La nostalgia vive dentro i modelli antropologici. Antropos! Popolo! Il percorso intrapreso da Ernesto De Martino resta ancora fondamentale. Comprendere i linguaggi dei popoli è vivere un nuovo pensiero.

Ernesto De Martino, nato a Napoli il primo dicembre del 1908 e morto a Roma il 9 maggio del 1965, sosteneva: “L’uomo si è affidato a ripetizioni ritmiche celesti proprio per proteggere il troppo interno e labile calendario del suo cuore, e per poter iscrivere i tempi precari dei cuori nel più stabile tempo del cielo”.
Una metafora in un percorso antropologico che recupera ciò che Mircea Eliade sosteneva: “Il sacro si manifesta sotto qualsiasi forma, anche la più aberrante”. In quanto, sempre Eliade: “Trasformando tutti gli atti fisiologici in cerimonie, l’uomo arcaico si sforza di «passare oltre», di proiettarsi oltre il tempo (del divenire), nell’eternità”.
La lettura di “Sud e magia” di De Martino non è applicabile a tutta l’impalcatura dell’alchimia popolare che si attraversa in molte comunità mediterranea, ma, comunque, resta un punto centrale nei processi antropologici il cui confronto è tra le etnie, appunto, del Mediterraneo e i mo0ndi dello sciamanesimo puro. Se dovessimo creare una possibile comparazione con Carlos Castaneda staremmo sue due pianeti completamente diversi.
De Martino ha una visione antropologica della prassi. Castaneda della spirituali, che è, in fondo, quella di Eliade e che trova in Cesare Pavese la sintesi nel concetto di “selvaggio”, di ritualità e di mito.
Tra i testi di Ernesto De Martino da considerare restano: “Naturalismo e storicismo nell’etnologia”, Laterza, Bari, 1941; “Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo”, Einaudi, Torino, 1948; “Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria”, Einaudi, Torino, 1958; “Sud e magia”, Feltrinelli, Milano, 1959; “La terra del rimorso”. Seguono: “Contributo a una storia religiosa del Sud”, Il Saggiatore, Milano, 1961; “Magia e civiltà. Un’antologia critica fondamentale per lo studio del concetto di magia nella civiltà occidentale”, Garzanti, Milano, 1962; “I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino”, a cura di Clara Gallini e Francesco Faeta, fotografie di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999; “Scritti filosofici”, a cura di Roberto Pastina, il Mulino, Bologna, 2005.


Il fenomeno della magia indagato da De Martino, in alcuni spaccati territoriali etnici, come quelli della cultura grecanica della Calabria o Arbereshe, pur avendo, entrambi, un sostrato ben marcato nella tradizione mitico-contadina, diventano quasi inapplicabile in termini di interpretazione fenomenologica e soprattutto ontologica.
De Martino “scava” nel territorio senza indagare le percezioni dei popoli preistorici e neolitici. Ovvero non si serve da una archeologia delle civiltà, ma di una tradizione delle culture.
In una sottolineatura forte De Martino chiosa:
“L’uomo magico è esposto al rischio della labilità nelle sue solitarie peregrinazioni, allorché la solitudine, la stanchezza connessa al lungo peregrinare, la fame e la sete, l’apparizione improvvisa di animali pericolosi, il prodursi di eventi inaspettati ecc., possono mettere a dura prova la resistenza del ‘ci sono’. L’anima andrebbe facilmente ‘perduta’ se attraverso una creazione culturale e utilizzando una tradizione accreditata non fosse possibile risalire la china che si inabissa nell’annientamento della presenza” (E. de Martino, “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo”, Bollati Boringhieri, Torino 1997).
Si nota come l’uomo magico di De Martino non scava nella metafisica della spiritualità, come avviene in Eliade o Castaneda e nello stesso Pavese, in quei suoi scritti dove l’antropologia stessa diventa letteratura.
Nella cultura contadina studiata da De Martino prevale, appunto, il rapporto tra magia e tradizione popolare. Nel mondo delle civiltà archeologiche, invece, è ben presente l’aspetto sia archetipale che sacrale. La cultura ortodossa allontana la ritualità magica per evidenziare sempre più la ritualità profondamente cristiana.
L’orizzonte magico pur essendo nell’intreccio delle ritualità popolari è privo di un senso religioso – cristiano. Indubbiamente il dato ortodosso è servito da baluardo contro l’avanzata delle pretese illuministiche.

Se De Martino, da illuminista, racconta il Sud attraverso modelli arcaici, come, per esempio, il fenomeno della “fascinazione” che appartiene alle motivazioni ancestrali della struttura contadina – popolare, il Sud vissuto dalla culture orientali, imprime dei riferimenti che sono provenienti dall’incontro tra esperienze balcaniche e testimonianze bizantine segnate da un portato ideale occidentale – orientale dentro il Mediterraneo.
De Martino ha scritto:
“La società meridionale presenta oggi un volto nel quale invano cercheremmo i tratti della Magna Grecia, e ciò per la semplice ragione che in una misura o nell’altra la società meridionale ha partecipato al movimento della civiltà cristiana e della civiltà moderna: si tratta piuttosto di determinare proprio la misura di tale partecipazione, e di ricavarne come risultato un quadro in cui trovino posto anche i dati della ‘magia lucana’ e quelli relativi al ‘cattolicesimo meridionale’” (in “Sud e magia”, Feltrinelli, edizione 2001, pag. 127).
Un concetto che non condivido. La Magna Grecia , in fondo, riassume sia la civiltà pre cristiana sia quella post cristiana e moderna e proprio per questo sigilla un intreccio tra un profilo proveniente dalla storia dell’Oriente e uno proveniente dall’Occidente, in cui si permette di interpretare la civiltà contadina non attraverso un profilo spirituale sciamanico.
E tutto questo crea un raccordo all’interno della storia e delle tradizioni del Mediterraneo. Appunto il Mediterraneo amplia e riordina gli spazi tra quelle culture laico-magiche e quelle cristiane-ortodosse. Ma il Mediterraneo non è assolutamente Occidente soltanto.
La cultura Orientale – balcanica si caratterizza per una provvisoria di presenza di ritualità magica. Pur vivendo in uno progetto identitario contadino, ovvero dell’incontro tra la terra e le acque..
Cesare Pavese (coetaneo di De Marino) ebbe uno scontro con De Martino proprio su argomenti che riguardavano il mito, le tradizioni, la cultura popolare e intorno alla famosa “Collana viola” (Cfr: “La collana viola: lettere 1945-1950” (con Cesare Pavese), a cura di Pietro Angelini, Bollati Boringhieri, Torino, 1991), che pubblicava autori riferiti ai temi citati.
In una lettera datata 31 ottobre 1949 Pavese, addirittura, annotava a De Martino:
“…è più utile una precisa notizia filologica che non dieci pagine di ‘mani avanti’ e di proteste antifasciste”.
Pavese viveva il modello antropologico fuori da ogni schematismo ideologico e soprattutto illuminista, perché considerava il concetto di tradizione fondamentale. Fu lui a imporre, infatti, Mircea Eliade.
In fondo uno dei limiti di De Martino è quello di non aver indagato nel valore di Mediterraneo come processo geo – politico. Infatti il Sud, il Meridione, è soltanto una parte dei Mediterraneo divisivi e inclusivi.

Il Sud della magia di De Martino non è il Mediterraneo degli archetipi, dei miti e del labirinto di Cesare Pavese e Mircea Eliade. In Pavese e in Eliade la storia è memoria e la memoria diventa archetipo. Il viaggio nel cuore dei popoli è viaggio Tradizione. Soltanto il vivere nella Tradizione può condurre il modello antropologico nel tempo di una nuova filosofia.