La famiglia, il primo nucleo della società, risulta alle volte altamente precario da essere addirittura la prima minaccia per i suoi stessi membri. Ed in particolare i figli possono essere vittime di deliri o alterazioni e difficoltà psico-emotive dei propri genitori subendo pertanto maltrattamenti, aggressioni, violenze e addirittura uccisione.

I delitti affettivi, ossia quei delitti in cui vi è un legame affettivo tra vittima e aggressore risvegliano sempre varie reazioni sociali, spesso anche controverse; l’impatto sociale sembra essere caratterizzato da incredulità nel momento in cui si narrano storie di neonaticidio, infanticidio e figlicidio poichè in tali delitti transgenerazionali, l’uccisione del figlio è considerata una gravissima trasgressione al ruolo assunto come naturale e biologico dell’ essere genitore.

Inizio immediatamente col sostenere che nella nostra società esistono una serie di stereotipi e miti assunti come verità assolute, come ad esempio la convinzione che immediatamente dopo il parto, o addirittura prima del parto, la madre debba provare un incondizionato amore nei confronti del bambino. La relazione madre-bambino ha in realtà bisogno di tempo e spazio per svilupparsi e crescere. Due categorie fondamentali per la donna che sta accogliendo il cambiamento e che quindi sta facendo spazio nel suo corpo, nella sua mente e nella sua anima attraverso un tempo interno ed esterno affinchè tutto questo avvenga.

I processi psico-affettivi durante il processo di genitorialità, che si sviluppano nella donna in prima istanza e nell’uomo con altre sfaccettature, implicano un importante cambiamento nella personalità e nell’identità degli stessi e della coppia, proprio come avviene durante la cosiddetta ‘crisi adolescenziale’. La coppia pertanto ha il diritto e, ritengo anche il dovere verso se stessa e verso la società, di essere sostenuta nelle sue fasi di crescita, attraverso la rete sociale e in primis statale (famiglie, associazionismo, parrocchie, esperti medici, psicologi, educatori, ecc.).

Questo in quanto in alcune situazioni la famiglia e la società stessa si rendono inconsapevolmente complici delle tragedie che avvengono, ignorando alcune dinamiche interne, come l’esistenza di patologie latenti in alcuni membri della famiglia. Le relazioni affettive disfunzionali con sè stessi e di conseguenza con il proprio partner possono essere fattori scatenanti la violenza intrafamiliare, poichè l’incapacità di fronteggiare ostacoli o situazioni frustranti in modo ottimale può dare origine alla aggressività orientata verso i membri della propria famiglia a volte considerati elementi di ostacolo e causa delle proprie frustrazioni.

In particolare però tra i fattori di rischio di possibili omicidi intrafamiliari vi è sicuramente in primis l’abuso di alcol e stupefacenti, i disturbi di personalità o altri disturbi psichiatrici, precedenti episodi di aggressione domestica o extradomestica, gravi malattie terminali, perdita del lavoro e gravi difficoltà economiche, presenza di armi in casa, gravi lutti. Non esiste una sola ed esclusiva causa ma sempre un corredo causale che appartiene alla persona, alla relazione con il partner, alla relazione con la società. Pertanto ritengo come il delitto sia la punta dell’iceberg: una modalità per far emergere il già preesistente disagio personale e/o socio-familiare in cui l’individuo viveva.

Nella letteratura scientifica si evidenziano madri anaffettive, negligenti, indifferenti, insensibili, resistenti che hanno compiuto un figlicidio. Ed in tal caso seppur la patologia prevalente sia annoverata tra i Disturbi dell’Umore, altre condizioni psicopatologiche risultano essere alla base di questi crimini, come i disturbi di personalità, con maggiore facilità di passaggio all’atto; le psicosi, in particolare quelle paranoidee, in cui il figlio può esser percepito come un persecutore o deve essere protetto da un mondo cattivo.

Dunque le motivazioni dei figlicidi, in particolare per le madri, possono prender le mosse da gravidanze indesiderate, o frutto di violenze, o ancora per vergogna o terrore di essere condannate dal gruppo sociale di appartenenza nel momento in cui subentrano questioni culturali e religiose; ma anche un disturbo depressivo post-partum o un disturbo della personalità o altro disturbo psichiatrico, come precedentemente sostenuto, possono essere probabili fattori di rischio.

I figlicidi compiuti da madri e padri possono esser attuati per ragioni pseudoaltruistiche (ad esempio genitori che uccidono figli con malattie degenerative) o figlicidi per vendetta, figli come oggetti, come arma da usare contro il partner. Questi crimini sono trasversali per genere e per provenienza socio-culturale; infatti la cronaca attuale vede due giovani uomini, mariti e padri di famiglia uccidere le proprie spose e, in uno dei due casi, anche le figliole. J.Reid Meloy, psicologo forense, sostiene che nell’uomo/padre, tali crimini avvengano sulla base di un eccesso di rabbia, probabilmente repressa, di frustrazione e pianificazione, che fanno vacillare il fragile sè del padre.

Vi è una incapacità di base nel tollerare l’umiliazione o il fallimento, accumulando risentimento, rabbia, frustrazione e metabolizzando con difficoltà eventuali abbandoni, perdite o eventi traumatici, esplodendo nella violenza, nell’omicidio-suicidio. Tendenzialmente nell’uomo questa capacità di tolleranza del fallimento e di adattamento riscontra maggiori difficoltà rispetto alla donna. Tendenzialmente la donna e l’uomo hanno modalità di fronteggiamento agli eventi della vita, differenti. Le capacità di adattamento e di espressione emotiva sono differenti nell’uomo e nella donna, ad esempio l’uomo tende a ‘tener duro’, la donna può permettersi di piangere e pertanto questi atteggiamenti vanno ad incidere sull’autostima nel momento in cui subisce eventuali attacchi.

Inoltre la rete sociale dell’uomo è più carente rispetto a quella della donna e comunque i rapporti sociali maschili sono focalizzati sul fare e non molto sulla comunicazione, sul supporto e sulla condivisione di ciò che si sta vivendo. Basti pensare che in genere l’uomo è identificato attraverso il ruolo sociale (ad esempio tipo di lavoro o il prestigio sociale), pertanto un cambiamento in senso peggiorativo che intacca il suo ruolo, può esser vissuto come una minaccia alla sua identità.

Inoltre la modalità di reazione agli eventi da parte della donna è tendenzialmente autodiretta, autopunitiva, rivolta contro se stessa, ad esempio sviluppando disturbi alimentari, depressione; mentre l’uomo reagisce ad un livello più eterodiretto ed aggressivo. Lungi da me il voler generalizzare, personalmente ritengo rispetto agli ultimi fatti di cronaca, come siamo dinnanzi a uomini con un sè estremamente fragile; uomini incapaci di accettare il rifiuto, la perdita, incapaci di essere in una relazione sentimentalmente matura con una persona.

A fronte di quanto esposto credo sia difficile dare definizione certa del cosiddetto “raptus omicida”, dato che si possono individuare significati molto diversi e che richiedono modelli di lettura differenziati. Tuttavia il raptus si verifica in concomitanza di disturbi psicopatologici di grave entità e a volte latenti, forse mai presi in cura. Basti analizzare la storia di vita dell’omicida.

Molti cronisti infatti parlano di persone e famiglie “normali”: ma cos’è “normale”? La maschera che si indossa nel quotidiano? I silenzi o le parole che come lame trafiggono i cuori, la dignità, la persona? L’incapacità di saper sentire le proprie emozioni e gestirle?
Personalmente diffido dalla “normalità” e dalla conseguente “perfezione”.