Ma cosa è stato Pasolini? Noioso e culturalmente ambiguo. Sulla via di Damasco Pier Paolo Pasolini incontra il suo delirio. E allora perché ricordarlo? Perché al culturame non interesse la pesantezza ma la fragilità e il pensiero non pensabile? In un gioco di parole e di immagini, di figure e di storie, di impressioni e di recite il limite tra la fede e il senso del perdono incontra il desiderio di memoria. Pier Paolo Pasolini è stato sempre in bilico tra il peccato e la rivelazione. Ma in ogni gesto di rivelazione l’essenza della Croce è ben raffigurata. La croce Pasolini.

Il viaggio che compie Pasolini è sempre un viaggio realmente geografico che viene attraversato con il corpo e con l’intelletto. Ogni realtà è una realtà fisica e una virtù poetica. C’è un dialogo – rapporto tra Pasolini e San Paolo. Tutta la sua vita è “trafitta” dall’immagine di Paolo. Ci sono diversi riferimenti nei suoi testi oltre alla sceneggiatura per un film mai realizzato risalente al 1968. mai realizzata perché non è stato capace di andare oltre la sua religiosità relativista.

Un misterioso percorso che accompagnerà il poeta nei suoi luoghi di “peregrinazione”. E fu un luogo di peregrinazione e di morte anche il suo ultimo viaggio nei pressi della spiaggia di Ostia. Viaggio? A detto come è morto o abbiamo il timore di pronunciare alche parole che sono impronunciabili che per le chiese del progressismo? Ma il caravaggesco San Paolo è dentro il peccato e il perdono non solo dell’opera di Pasolini ma anche della vita dispersa dell’uomo.

Dirà in una sua poesia: “Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il tuo amore”.

La morte del fratello trasforma esistenzialmente e culturalmente la concezione della vita in Pasolini.

Cosa è stato Pier Paolo Pasolini? Cosa ha lasciato come eredità culturale? O meglio dove è possibile rintracciare la sua eredità letteraria? Si riaccende il dibattito e la questione si pone in una complessità di rapporti che sono sia di ordine ideologico sia di sistemazione di un quadro storico all’interno del contesto culturale contemporaneo.

Il problema è che Pasolini andrebbe riletto nelle sue specificità e ricollocato nella sua temperie attraverso una eterogeneità di modelli di approccio. Mi riferisco al Pasolini poeta, al Pasolini regista, critico letterario, polemista, saggista politico, pittore, elzeverista. Potrebbero esserci diversi modi di approccio alla sua ricerca e al suo lavoro creativo. Ma resta comunque, al di là di tutto, il Pasolini personaggio che ha raccontato il malessere della società moderna? Poeticamente? Non resta nulla.

Pur condannando il “regime” delle omologazioni Pasolini era diventato una “istituzione” all’interno della sinistra ma anche di un certo mondo cattolico comunista. Pur condannato dal Pci e pur egli condannando la funzione dei comunisti era per la sinistra un riferimento con il quale gli intellettuali organici o meno facevano i conti. Certo, c’è da dire che Pasolini non era organico. Per le cose che scriveva, per come viveva la vita, per come affrontava sia gli aspetti problematici del suo privato sia le realtà della politica stessa, ma ciò non toglie che in Pasolini convivevano diverse anime che si rispecchiavano nella sua scrittura e nei suoi testi.

Rileggendo i suoi testi poetici ci si rende conto che la sua poesia, tranne in alcuni casi, è un mero esercizio di pressapochismo linguistico: sia quelle in dialetto del suo Friuli sia quelle in lingua. Ebbene l’esercizio c’è. Quel forzare la mano su una poesia ideologica priva la stessa poesia di una tensione lirica, di un ritmo, di un gioco di metafore che sono essenziali in un percorso poetico ed estetico.

Il linguaggio ha delle forzature nell’impostazione del verso perché la poesia in Pasolini non nasce da una intuizione lirica, ma da una riflessione sostanzialmente analitica e critica. Il caso della poesia dal titolo: “Supplica a mia madre” è qualcosa che andrebbe esaminata a parte. Qui c’è la poesia perché all’analisi sussiste il lirismo.

Studioso di Pascoli ha trovato in alcuni poeti una chiave di interpretazione della poesia del Novecento ma il suo scritto su Giuseppe Ungaretti, centralità dell’Ermetismo, resta una pietra miliare. Lo diceva con consapevolezza in uno scritto nel quale si parla dell’Ungaretti religioso e che risale agli anni 1948 – 1951 (ora nei Saggi sulla letteratura e sull’arte): “La storia della poesia di Ungaretti si svolge dunque per definizione al centro della storia della poesia del Novecento. (…) La sua storia d’uomo non è mai una disperazione privata: è sempre trascritta in un ordine poetico o altamente letterario. Nessuno dei poeti contemporanei ha tanto creduto e crede nella poesia”.

Ungaretti dunque è attentamente analizzato. Ecco come Pasolini affida alla critica letteraria anche i suoi “atti” creativi che partono da una base di ricerca ma che hanno come definizione una precisa identità poetica. E questo è dimostrabile in quasi tutti i suoi scritti di critica letteraria e di arte. La sua battaglia letteraria considerata come approccio estetico e non realista non è assolutamente “una battaglia di retroguardia”. Perché le sue indicazioni letterarie marcano delle linee e degli indirizzi. Per fare un solo esempio: Pasolini sapeva bene di non poter rilanciare Caproni e la sua poesia se non partendo appunto da Ungaretti. Quindi non c’è alcuna rottura né storica né critica tra le diverse generazioni poetiche. Pasolini cerca una linea da portare avanti. Anche in questi termini si potrebbe spiegare la non condivisibile stroncatura a D’Annunzio. Non conosceva D’Annunzio e non intendeva conoscerlo per una mera scelta ideologica, ma poco intelligente.

Se dovessi scegliere tra i saggi letterari e quelli politici non avrei alcun dubbio. Sceglierei quelli letterari perché sono quelli che restano, sono quelli che permettono di aprire una verifica all’interno della letteratura italiana del nostro Secolo, sono quelli che hanno un aggancio sia con la società e sia con la stessa politica. Si pensi alle sue pagine dedicate alla poesia popolare o alla poesia dialettale, al mondo del folclore che diventa riscoperta di una tradizione. Ma fin qui. Poi basta. Giuseppe Berto va oltre.

In questo campo di Pasolini non condivido la funzione che ha voluto dare al cosiddetto neo – sperimentalismo perché è caduto, con questa esperienza, nella trappola dell’ideologismo che cercava di prendere il sopravvento sulla poesia. La sconfitta letteraria di Pasolini di quegli anni (dello sperimentalismo) era nel voler far credere che l’ideologia avesse un senso anche sulla poesia. Non lo aveva capito in quel tempo. Cominciava a capirlo negli anni Settanta.

Riferendosi a Franco Fortini nel 1958 sosteneva: “…si ha la netta impressione che egli, nel fondo, voglia proprio questo. Essere cioè dimostrazione vissuta – ‘martire’ nel senso etimologico della parola – di una nuova cultura e di una nuova ideologia letteraria, che escludono, per definizione, sia l’umanesimo che l’irrazionalismo della poesia”. In altri termini il contrario di ciò che si sosteneva per Ungaretti. Le ambiguità di Pasolini sono nella sua vita e nella sua scrittura. Intellettuali ambiguo.

L’uccisione del fratello Guido è una esclamazione tragica che pone Pasolini davanti ad una realtà che si mostra con tutta la sua ambiguità. Un poeta che non c’è. Un regista che non si trova. Un critico speculare ma contradditorio, un giornalista da rileggere non perché è interessante ma per scavare in alcune pochezze.