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Le statue che ricordano la Passione e Morte di Gesù Cristo sono custodite in un apposito locale adiacente all’Oratorio della Confraternita del Purgatorio, chiuse in uno stipone in legno decorato e chiuso da lastroni di vetro della fine sec. XVIII.

Queste statue raffigurano in particolare: Cristo all’orto; Gesù alla colonna; Cristo alla canna e coronato di spine o Ecce Homo; la Cascata ossia Gesù che cade sotto il peso della croce; Cristo in Croce. Fanno inoltre parte dei Misteri anche le statue del Cristo Morto e dell’Addolorata che – come ricorda Rosario Quaranta nel volume “La Confraternita del Purgatorio di Grottaglie” – appartengono a epoca anteriore e sono realizzate in materiale diverso (in legno dipinto del sec. XVII il Cristo Morto, e alla napoletana (parte nobili in legno dipinto e busto di trespolo impagliato e rivestito con stoffe degli inizi del Settecento) l’Addolorata.

Queste statue vengono portate in processione il pomeriggio del Venerdì Santo, in una celebrazione che – sottolinea Rosario Quaranta nel volume “Settimana Santa a Grottaglie” – “conserva i tradizionali tratti di severa compostezza e di suggestiva partecipazione popolare confermata storicamente dal fatto che nel Settecento richiamava addirittura folle di fedeli dai paesi vicini.”

Durante la processione le statue sono portate a spalle da confratelli e da uomini vestiti di nero e accompagnate da donne in abito di lutto, tra le struggenti note e voci di inni religiosi che invitano a meditare sul mistero della passione e morte. Tra questi particolarmente struggente e suggestivo è “Inno a Cristo Morto”, musicato nella prima metà del Novecento dal maestro Giuseppe Cardone su versi di Maria Ciocia D’Ettole.

Un vivace e partecipato racconto di come un tempo si svolgeva (ma in buona parte si svolge ancora oggi) la Processione dei Misteri a Grottaglie, è stato fatto brillantemente da Emanuele de Giorgio, pittore di valore e scrittore spigliato: “Il Venerdì Santo coronava il fervore di preparativi dei più diretti interessati alla solennità della ricorrenza. Apriva la processione il gonfalone della Confraternita del Purgatorio, con ai lati il trombettiere, il tamburino e il troccoliere; ad intervalli regolari si udivano squilli di tromba seguiti dai lugubri rintocchi del tamburo e dal fragoroso crepitare della troccola agitata nervosamente dalla mano nodosa di un confratello. Al suono di questi strumenti della Passione facevario eco i ragazzi disseminati per ogni dove e armati di «zzurri zzurri», un aggeggio di legno che veniva fatto roteare su un asse in modo che una lingua elastica pure di legno, sfregando con un certo attrito su una ruota dentata, emettesse un sibilo caratteristico la cui intensità era commisurata alla grandezza dell’aggeggio stesso.
Un «crocifero» avvolto in una lunghissima fune da una spalla all’altra, una vistosa corona di spine sul capo e a piedi scalzi, trascinava una pesante croce e un altro portava in alto i simboli della Passione distribuiti su una croce piu leggera; questi incedevano nel bel mezzo delle due fi le di confratelli.
Nel vano scuro del portale principale della Cattedrale appariva per prima la statua di «Cristo nell’orto» e poi mano mano tutte le altre statue distanziate da lunghe ali di confratelli incappucciati.
I portatori delle statue avevano il cappuccio rialzato e una corona di spine sul capo come Nostro Signore nei giorni del martirio. La lunga teoria cominciava così a snodarsi sulla piazza tra lo scenario incomparabile della torretta dell’orologio, le arcate della Congrega del Purgatorio, la facciata romanica della stessa Cattedrale e l’arcone del Palazzo del Principe. II sole già alto illuminava la scena in controluce e proiettava le ombre trasparenti di questi personaggi irreali in camice bianco usciti dalle tradizioni liturgiche e divenuti col tempo l’anima stessa della fantasia popolare.
Le tappe obbligate della processione erano le stesse dei Sepolcri; ma il momento culminante del lungo tragitto si poteva considerare la salita dei Cappuccini a mezzogiorno inoltrato. L’ora tarda, la fatica, il caldo e l’asperità della strada in forte pendenza mettevano a dura prova i devoti portatori che dovevano proiettarsi in avanti col pesante carico per tenersi in equilibrio. Qui la sacra rievocazione assumeva toni drammatici e grotteschi ad un tempo e forse questo magico intrecciarsi di prosaica materialità e di devozione la rendevano affascinante sotto ogni aspetto. II sudore rigava il volto di questi fedelissimi che da sotto il camice bianco stretto alla cintola, rigonfi o fino all’inverosimile, tiravano fuori taralli che sgranocchiavano con avidità e poi con la stessa disinvoltura sfilavano bottiglie di vino che incollavano alle labbra succhiando con lunghe sorsate; così, senza pudore alcuno, si rifocillavano per affrontare con maggior vigore la dura scalata.
In quel tratto la folla era più numerosa che mai, ed è spiegabile per le tinte di marcato folclore che davano tono alla processione in questa fase culminante (…). La maggior commozione si verificava a sera quando l’intero corteo imboccava, la piazza principale: nel silenzio generale, le fioche luci che illuminavano le statue della Via Crucis e la marcia funebre intonata dalla banda conferivano alla visione un senso di allucinato mistero, richiamando tutti ad un’accorata meditazione sul significato dell’estremo sacrificio del Golgota. La stessa folla che aveva seguito la processione nelle sue varie fasi si accalcava ora al centro ed ai lati della piazza seguendo con lo sguardo il lentissimo incedere del corteo che spariva sotto il portale della Cattedrale fino a quando non rimaneva che la sola statua della «Vergine Addolorata» col suo lucido pallore a richiamare le coscienze su quanto grande è il dolore di una madre per la perdita del Figlio.
Le ultime sommesse note della banda scandivano quegli attimi di eternità sospesa tra il dolore e la morte. Ogni bravo «cristiano» nel dileguarsi pensava gia all’imminente «Resurrezione» del Signore che avrebbe portato un sorriso di sollievo al mondo vestito con i colori della primavera, anche se combattuto ancora tra il bene e il male”.

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