Come era facile prevedere, la battaglia dei lavoratori e delle aziende dell’indotto ex Ilva di Taranto contro le decisioni assunte da Arcelor Mittal Italia comincia a mostrare le prime crepe.

In una sorta di naufragio economico e sociale, più di qualcuno sembra tentato dal voler afferrare il primo pezzo di legno che gli passa vicino piuttosto che mantenere compatto il fronte di coloro che chiedono che tutti abbiano la scialuppa di salvataggio che gli spetta.
E questo immenso Titanic che rischia di portare a fondo il presente ed il futuro di decine di migliaia di famiglie del tarantino, sembra navigare a vista, in attesa di quello verrà deciso (forse) nell’incontro romano di oggi tra il Governo e la multinazionale franco indiana, a cui voci di corridoio neppure troppo improbabili, sembrano attribuire una precisa strategia.

Fornitori strategici pagati, gli altri? Possono aspettare

In una nota la direzione di Confindustria Taranto rendeva noto che la quasi totalità dei crediti degli autotrasportatori era stata soddisfatta, mentre si attendeva a breve il soddisfacimento della totalità degli altri creditori di AMI.

Ma le voci raccolte nel presidio auto convocato davanti alla portineria C dello stabilimento siderurgico sembrano meno ottimiste: c’è di parta di “figli e figliastri” nel pagamento delle fatture, con l’obbiettivo di soddisfare la gran parte delle aziende di autotrasporto isolando quelli che sembrano essere i più determinati nella protesta. Altri ancora contestano la scelta di Arcelor Mittal di privilegiare fornitori ritenuti strategici. Insomma, una tattica ispirata al vecchio “Dividi et Impera” che a Taranto, in passato ha tristemente dimostrato di funzionare.

Confindustria Taranto si chiama fuori dalla protesta?

L’associazione datoriale ionica, che aveva assunto il compito di farsi portavoce tra le parti in causa, sembra voler tirare i remi in barca, o quantomeno non sposare in toto la protesta ancora in corso. “Come Confindustria Taranto – si legge infatti in una nota, nell’esprimere tutta la nostra vicinanza alle aziende ad oggi impegnate nel presidio presso le portinerie dello stabilimento ex Ilva, riteniamo di aver riavviato un costruttivo confronto con AMI a tutela delle legittime pretese del nostro indotto.”

Tuttavia – rimarca la nota dell’associazione guidata da Antonio Marinaro, le aspettative delle stesse imprese non starebbero ottenendo i riscontri auspicati, dando luogo ad un clima di forte tensione. Pertanto, il persistere dell’azione di protesta e presidio da parte delle singole aziende ed ogni eventuale successiva azione dalle stesse autonomamente messa in campo, non vedrà alcun coinvolgimento di questa Associazione che proseguirà invece nell’attento monitoraggio della situazione dei pagamenti e nell’attivazione di ogni utile confronto con tutte le parti in causa al fine di garantire la tenuta dell’indotto e la continuità produttiva degli impianti.

Tutti contro tutti, non vince nessuno

Anche tra i lavoratori le frizioni non mancano, e gli stessi sindacati non condividono la scelta del blocco delle portinerie. In una nota Fim – Fiom – Uilm contestano la scelta di impedire ai lavoratori delle pulizie l’accesso al posto di lavoro, chiedendo ai datori di lavoro ed a Prefettura e Questura di Taranto di mettere in campo tutte le iniziative utili affinchè sia consentto ai lavoratori di recarsi sul proprio posto di lavoro e di farsi carico di tute le giornate in cui ai lavoratori è stato impedito l’accesso allo stabilimento.

“In seimila all’oscuro sul loro futuro”

Ancora più esplicito il commento di Paola Fresi della FILCAMS sul blocco alle portinerie Arcelor Mittal, che fa notare che “C’è un mondo di seimila persone che oggi sembra impallidire di fronte ad una delle più emergenze del dopoguerra nel nostro territorio. Eppure quelle seimila persone, indicate sbrigativamente come “indotto”, oggi sono l’anima pulsante di quella fabbrica, e nessuno parla di loro, sprecando impegni per le imprese, e promettendo ammortizzatori sociali per chi è già più garantito di questi precari di lungo corso.

Per la segretaria della FILCAMS CGIL Taranto: “Siamo di fronte ad una partita surreale con i lavoratori usati come pedine: gli stessi a cui non è consentito avere nessuna voce in capitolo sulla crisi.” Il riferimento è ai seimila lavoratori che dentro l’acciaieria tarantina si occupano di pulizie civili e industriali e delle mense ed alla vera e propria levata di scudi della segreteria confederale e dei sindacati.

Per la Fresi: “ Questo blocco che serve a Confindustria per fare il braccio di ferro e incassare gli arretrati ma il vero prezzo di fatto lo pagano solo i lavoratori: quelli indiretti costretti a casa e all’oscuro sul loro futuro e quelli diretti che continuano a lavorare in un ambiente sporco e senza neanche poter consumare un pasto decente.