Sono 30 anni dalla morte di Riccardo Bacchelli. Il giorno della sua morte, era la prima settimana di ottobre del 1985, mi trovavo con Francesco Grisi, il suo amico di una vita, proprio a Monza. Partecipavamo a un Convegno a Milano sul Novecento letterario europeo.

Ma si parlò anche di Bacchelli… Riccardo Bacchelli nasce a Bologna il 19 aprile 1891. Muore a Monza nel 1985. Sono trascorsi Trent’anni. Uno scrittore tra due epoche. Non tanto (o non solo) sul piano generazionale ma piuttosto sul versante della materia letteraria. Perché in fondo i suoi romanzi (ma anche la sua poesia) sono percorsi che hanno superato abbondantemente l’ansia ottocentesca e innescano processi in una temperie ben chiara alla realtà contemporanea del Novecento degli anni Venti – Cinquanta ma è pur vero che lo sguardo dello scrittore resta sempre legato al romanzo tardo manzoniano e ad una visione lirica leopardiana.

D’altronde è uno dei riferimenti di due riveste centrali dell’inizio del nuovo secolo. Mi riferisco alla sua collaborazione a “La Voce” e al suo importante contributo che dà alla cardarelliana “La Ronda”. Infatti fu uno dei fondatori della rivista. Siamo, comunque, con Baccelli all’interno di un contesto in cui la cifra letteraria si fa storia e umanità in un tratteggio di linguaggio che difende autorevolmente la tradizione. Uno dei romanzi propriamente moderno (non tanto per la tematica perché trattasi di un dramma – tragedia che ha coinvolto molta letteratura) è certamente “Una passione coniugale” la cui prima edizione risale al 1930 pubblicata dalla famosa Casa Editrice Ceschina.

Successivamente, il romanzo, avrà altre edizioni. Si tratta del rapporto mai consumatosi nella vita e nella scrittura che chiama in causa l’amore e la morte. Tra amore e morte però si innesta la malattia. Anzi si potrebbe meglio sottolineare il raccordo tra la malattia e la morte, l’amore e il suicidio. Ecco spiegato: lei muore di leucemia e lui innamorato si lascia sconvolgere da una passione che lo porta al suicidio. La perdita di lei crea un vuoto nella sua anima tanto da portarlo, appunto, al suicidio. Un romanzo che si presenta con una sua tragedia di fondo e un intercalare la malattia all’eros. Personaggi che recitano ma che comunque sostengono il tempo, la vita e il viaggio dell’uomo. Le ultime parole del romanzo (proprio quelle terminano il racconto) ci lanciano questa meditazione: “La religione infatti, prima e più che la filosofia o la poesia, ha rivelato l’uomo all’uomo”. Forse (direi certamente) è un romanzo diverso da quella grande monumentale dimensione metastorica ed esistenziale che è “Il mulino del Po”. Siamo su due percorsi.

Bacchelli riusciva a mettere insieme queste eterogenee visioni. Siamo chiaramente oltre con “Il mulino del Po” perché appartiene alla temperie degli anni 1938 40. indubbiamente Bacchelli resta uno scrittore ben consolidato nella tradizione letteraria italiana. E questo consolidamento lo si nota già dalle poesie: “Poemi lirici” del 1914 e poi i versi del 1935 dal titolo: “Parole d’amore”. Autore di teatro e tra le opere teatrali vanno ricordate: “L’alba dell’ultima sera” del 1949 e “Nostos” del 1957. Ma è il romanzo che gli consente una maggiore espressività e una più forte incisività proprio sul piano di quella letteratura pura che lo consacra tra gli autori che restano in un Novecento variegato.

Bacchelli proviene, come si diceva, dalla tradizione ma, la cosa fondamentale, è che resta nella tradizione. Al 1927 risale “Il diavolo di Pontelungo”, al 1936 “Rabdomante”. Ma poi non sono da trascurare i suoi scritti nei quali i richiami biblici restano una chiave di lettura straordinariamente interessante. Mi riferisco ai titolo “Il pianto del figlio di Lais” e “Lo sguardo di Gesù”: il primo risale al 1945 e il secondo al 1948. Credo che Bacchelli sia uno scrittore – narratore completo. Valori fantastici, ironia e proposte satiriche non mancano in altri scritti come “La cometa” del 1949 o “Lo sa il tonno” del 1923 o ancora “Il progresso è un razzo” del 1975. i temi esistenziali, comunque, restano centrali.

Un esistenzialismo sempre velato da un realismo sottile che rende il linguaggio fortemente comunicativo. Una comunicazione che si regge sempre sulla base di uno scavo interiore. Anche i suoi scritti critici e i suoi saggi storici hanno questa contestualità. Si pensi a, tra gli altri, a “Confessioni letterarie” del 1932, a “Rossigni” del 1954, ad “Africa fra storia e fantasia” del 1970. In altri termini si tratta di uno scrittore che non si assenta mai da se stesso, vivendo !quel” se stesso tra storia e vita, tra eventi e quotidiano esistere. E’ questo uno dei pregi notevoli di Bacchelli. La scrittura è una forza e la pagina scritta è un intreccio tra classicità e umanesimo. Da questo non si sfugge.

Infatti Sergio Solmi attentamente ha osservato: “Per Bacchelli la pagina scritta vuol dire molto, forse tutto: sembra che all’origine della sua ispirazione permanga una identità sostanziale fra pensiero e parola…”. E Francesco Grisi, che ha conosciuto personalmente e bene Bacchelli, ebbe a sottolineare soffermandosi sul ruolo del personaggio: “Dietro il personaggio ci è il popolo che spesso impone il proprio ritmo e acquista la capacità di essere motivo epico, proverbio da tramandare, mito da ingigantire nel favoloso, giornata radiosa aperta ai venti delle vittorie, speranza di giustizia per i poveri e certezza di redenzione per gli umiliati”.

Due concetti chiave, quello di Solmi e quello di Grisi, che costituiscono due modelli di approccio. Quello prettamente linguistico grazie alla scrittura e all’analisi linguistica (Solmi) e quello impregnato interamente dalla metafora nella quale i personaggi si dichiarano. Ma sono due interpretazioni che non si contrappongono. Anzi si completano e completano una lettura motivata sul piano di una letteratura di sostanza del Bacchelli scrittore – narratore e poeta, autore di teatro.

Riccardo Bacchelli è nel cuore del Novecento. Il suo restare nell’identità di questo secolo, mai dimenticando lezioni che provengono da Manzoni e Carducci, lo rendono tuttora presente. Il romanzo “Una passione coniugale” è una apertura notevole alle dimensioni letterarie europee e non si può disconoscere una modernità che resta, comunque, al di fuori da elementi sperimentalistici perché il suo humus tematico e linguistico ha delle radici, come già si diceva, ben piantate nella letteratura della tradizione.

E se ambienti e personaggi rappresentano la struttura del suo pensare culturale l’uomo con il suo umanesimo è al centro della sua creatività. L’uomo che si rivela all’uomo (come in “Una passione coniugale”). Ed è così nel suo viaggio all’interno del suo esistere letterario.