«L’embargo russo ai prodotti agroalimentari italiani costa ben oltre i 200 milioni di euro stimati dal ministro dell’agricoltura Maurizio Martina». Ad affermarlo è Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto, preoccupato per gli “effetti collaterali” che le tensioni tra Ue e Russia sul fronte ucraino, da ultimo con le ritorsioni russe in risposta alle sanzioni europee varate nel luglio scorso, stanno provocando su un settore vitale dell’economia ionica.

«Solo in provincia di Taranto – spiega Lazzàro – il comparto dell’uva da tavola, che vale nel suo complesso oltre 200 milioni di euro, ha registrato una flessione significativa delle esportazioni. Numeri alla mano, le esportazioni dirette verso la Federazione russa erano quantificabili tra il 7 e l’8% delle produzioni.

Ma a questo dato bisogna aggiungere tutte le esportazioni triangolate per il tramite di altri paesi Ue e non Ue poi destinate alla Russia. Quindi, si può anche registrare una perdita di mercato consistente, quantificabile intorno al 20-25%».

L’effetto domino del blocco russo, in sostanza, potrebbe costare diversi milioni di euro alle aziende che operano nel comparto principe dell’agricoltura della provincia ionica, con un doppio gap, misurato in termini di calo dell’export e di prezzi di mercato. E, per giunta, con un’incidenza pesante anche a medio e lungo termine (l’embargo russo ha validità di 12 mesi), soprattutto in considerazione del fatto che quello russo era un mercato in forte ascesa: «La Russia – rimarca Lazzàro – era un mercato potenziale importantissimo, cresceva del 50-60% all’anno, per cui sono stati grandi gli sforzi, in termini di investimenti, per creare la conoscenza dei prodotti ed il mercato potenziale. Adesso, di questo lavoro sostenuto dalle nostre imprese, se ne stanno impadronendo i nostri concorrenti che non sono nella black list di Putin».

Nella lista nera, oltre all’uva da tavola, ci sono carne di manzo e maiale, pollo, pesce e frutti di mare, latte e latticini, frutta e verdura in genere. Le contromisure della Commissione europea a sostegno dei settori colpiti non sembrano – almeno in questo momento – adeguate: «L’Unione Europea – sottolinea il presidente di Confagricoltura – come al solito non risponde o non risponde in modo adeguato. Le risorse stanziate, complessivamente circa 150 milioni di euro, non sono nulla rispetto alle ripercussioni economiche per il nostro agroalimentare».

Un problema di risorse, ma anche di accessibilità: «C’è anche da dire – aggiunge Lazzàro – che le risorse stanziate non sono facilmente accessibili e i tempi per l’erogazione agli agricoltori non saranno certo brevi. Gli attuali provvedimenti di sostegno Ue, inoltre, vedono escluse dalle misure importanti prodotti quali agrumi, meloni e angurie».

La Russia, invece, difende la propria economia in maniera decisamente più corposa: «Il presidente Putin – rimarca il numero uno di Confagricoltura Taranto – ha stanziato 13 miliardi di euro di fondi pubblici, da qui al 2020, per compensare il divieto di import di prodotti nel braccio di ferro delle sanzioni tra Mosca e Occidente per l’Ucraina. E’ importante, però, che queste problematiche non siano affrontate solo come una faccenda di politica agricola, in quanto non siamo in presenza di una crisi di mercato, ma di una fortissima tensione di politica internazionale. Quindi, non è pensabile che l’Europa possa parare il colpo subito dal settore agroalimentare con le sole risorse del budget agricolo. Del resto, l’anticipo dei pagamenti della Pac, così come annunciato dal commissario Ciolos, è un fatto sicuramente positivo ma non può essere una misura sufficiente».

Per Confagricoltura Taranto è quindi necessario che si intervenga con risorse straordinarie, anche per superare i limiti temporali – gli aiuti sono stanziati sino a novembre – del sostegno deciso dalla Commissione: una coperta, evidentemente, troppo corta. «L’auspicio – conclude Lazzàro – è che al più presto si arrivi alla normalizzazione dei rapporti commerciali tra l’Unione europea e la Federazione russa». Anche per evitare che «il prezzo del risiko della politica internazionale finisca con l’essere pagato, ingiustamente, dai produttori agricoli».