Hai indossato veli per un’intera stagione. I veli coprivano i tuoi occhi ma non il tuo sguardo. E c’era la pioggia, ieri, a Roma anche quando una sfera di sole ha rotto il cielo bigio che cedeva al buio su Piazza di Spagna.
Sono affiorate memorie di giorni sconfitti e mai perduti in questa storia che soltanto il silenzio potrà salvare. Noi siamo la generazione di chi ha viaggiato per paesi, lasciandoli e affidandoli a scavi di nostalgia e poi ha abitato città ed ha raccolto l’anima di un risvegliarsi tra le ombre.

Da lontano mi hai salutato alzando la mano. Ti ho detto subito:

“Hai visto come si invecchia”.

E tu, interrompendo il mio dire, mi hai dato una stretta in un abbraccio che sembrava infinito e poi mi hai mordicchiato le labbra, come sempre facevi ed hai risposto:

“Tu invecchiato? Farei l’amore subito qui, in quel solito angolo dove i gradini smarriscono la discesa e tutto sembra un nascosto per amarsi. Sai, sono passati anni, secoli di vita ma non ho mai più fatto l’amore come noi lo abbiamo sempre vissuto. Il nostro far l’amore con le catenine di conchiglie sul petto… che sfioravano il mio corpo la mia pelle… E in questi secoli di vita non ho mai smesso di viverti di pensarti e di lasciarmi tratteggiare dalla tua bocca con il sogno tra i capelli nel vento dei nostri anni. Io sono rimasta per te una odalisca e quella danzatrice nella notte di una Roma che incendiava le strade di suoni… Cantami come sogno vivimi come passione…”.

L’ho osservato inventandomi una distrazione, ma era sembra bella. Era bella con il ritmo di una chitarra nei giorni di Piazza di Spagna nei giorni che non invecchiano… La sua bellezza aveva dipinto i contorni degli occhi con il nero della sua terra e le labbra rosse portavano la passione della Andalusia.

Il suono ha le parole:

“Alle cinque della sera
Un torero stanco
Ha nelle parole
Il mare del bandolero
Alle cinque della sera
L’orologio non conosce tempo
E la storia non ha nome…
Alle cinque della sera
I tuoi occhi hanno i miei occhi
E i segreti sono mistero
Tra due amanti che si amano
Con la passione sulla pelle…”.

Era una stagione terribile. Le parole erano sassi e i sassi aveva il sapore del sale.
Mi afferrò le mani e mi disse:

“No, non ci sono più ricordi. Sono finiti tutti nello spazio di Proust, ma un solo dettaglio ha la sua ruga di armonia. Rimembranze di un Leopardi che non ha il villaggio per sabato… Una notte sei giunto tardi a casa. Ti ho aspettato per tutto il pomeriggio, ma ti sei fatto vivo soltanto in quell’intaglio quando il buio buio comincia a cedere all’affaccio del primo chiarore luce. Hai aperto la porta. Io ho cantato per te il Cantico dei Cantici nel cerchio della sabbia. Non ti ho chiesto nulla. Indossavo una vestaglia di seta verde adriatico. Ti ho tirato per la giacca, avevi la cravatta sfilacciata e non stretta al collo. Ti ho lentamente svestito, spogliato, denudato di tutto e anche dell’anima. Ho baciato il tuo petto e le tue mani sui miei capezzoli giocavano il girotondo della pazzia. Io accarezzandoti ti ho seguito lungo ogni linea del tuo corpo sino a toccare l’estasi e il sublime e ti ho detto soltanto: mi piaci quando ti rubo l’anima e tu mi sorridi nel perderla. Ci siamo amati sino all’alba che decideva di raggiungere il giorno. Le tue dita in ogni piega del mio corpo. La mia bocca tra i tuoi incavi. Poi da quel giorno sei sparito. Non so perché. Ho chiesto di te cercandoti dappertutto. Una tua amica mi ha risposto dicendomi che eri partito per il Sole Infinito. Il tuo viaggio tra le Tre Vie. Ti ho cercato anche in Armenia e una danzatrice armena mi ha detto che scrivevi favole lontano lontano lontano nel tempo… Sono rimasta qui ad aspettare ad aspettarti e in questo tuo mio nostro tempo ho letto i tuoi libri le tue poesie e i tuoi indefinibili destini… Ma dove sei stato in tutte queste epoche… e in queste epoche perché sei stato una fuga…”.

Ecco. Non hai smesso di indossare veli, non hai mai smesso ed ho fatto in modo di perderti ed io di scorrere i viaggi perché tu sei stata pazzia in un tempo pazzo ed ora che sei ritornata non so perché continui a danzarmi la tua Andalusia e a cantarmi il Tango della chitarra sui gradini di Piazza di Spagna. Come sempre ti sei interposta ai miei pensieri interrompendo ogni mio spazio tra le immagini e l’immaginario in uno strazio di desideri che sono passioni oltre il pensare….

“Lo so. Non ti ho trovato. Ritrovato. Ti ho soltanto incontrato. Porti negli occhi un’antica malinconia e cammini con la tua consueta solitudine. Gli anni sono passati e i tuoi viaggi hanno attraversato isole e deserti. Come ti ho amato. Come continuo ad amarti. Tu sei, anzi resti una fuga. Sei la mia fuga e la mia magia. Ti ho perso proprio il giorno in cui sei ritornato. Ho capito che ritornare non è sempre ritrovare o amarsi ancora. Io continuerò ad amarti con l’alchimia delle fantasie che disegnano l’incanto. Porti filo giallo e rosso al collo. Hai camminato. Dove sei adesso? Come stai adesso? Accoccolati ad ascoltare il mare… Come quella notte di pazzia e noi pazzi di quella pazzia. Ma l’amore tra noi cosa è stato se non la passione indefinita di una infinita follia? Ma non esiste un grande amore passione senza il legame tra la pazzia dell’amore e la follia della passione..”. Così, con queste parole è sparita…

Sei sparita!

C’è bisogno di una nota. Almeno di una sola in questo labirinto inconsueto. Ora, lo specchio non mi specchia più e la confusione è abbastanza. Anche nella scrittura. Io tu noi ieri oggi prima seconda terza persona condizionali cent’anni di solitudine e anonimi che hanno il dipinto veneziano. Filologie incomplete di un amore mascherato. Intrecci di verbi coniugazioni congiunzioni …
Che schizofrenia linguistica nel paradosso del raccontare… la lingua è un’opinione o una intolleranza o una pazienza…Comunque… la lingua è un fuoco le cui fiamme toccano il vibrare degli orizzonti…
L’amore è amarsi e amarsi è viversi, ma poi la passione è il terribile che rende bellezza l’amore e amarsi per stare insieme ha intrecci di epoche di spazio di tempo… La tua bocca incontra la mia e le tue labbra hanno il rosso delle cinque della sera quando un torero ha la corrida nel cuore… e il toro scatenato sfida il lanciatore di coltelli…
I linguaggi sono storia e la lingua è un carnevale di sensualità…

“C’era una volta, forse c’era una volta una storia d’amore che il troppo amore ha trasformato in un gioco di lune e in una passione di falò… La luna e i falò… Amanti noi in un minuetto tra i gradini della Spagna che diventa una Piazza…
Forse c’era una volta una danzatrice andalusa che amò un mercante di parole e fecero della loro vita la pazzia della bellezza. Passarono piogge e tempeste sole e onde e si incontrarono nuovamente.
La danzatrice non ha mai smesso di amare il mercante di parole. Il mercante di parole è diventato un marinaio viaggiante tra porti e destini.
Forse c’era una volta…
La bellezza è amore ma l’amore senza passione tra amanti è soltanto un vuoto…
Forse c’era una volta la bellezza e poi la pietra della parola è rimasta nascosta nei segreti di un amore che ha la giovinezza nel sangue”.
Così ho trovato scritto su una foglia caduta tra le mie mani.

Cosa aggiungere ancora?

Se le foglie cadono c’è sempre un motivo e non è mai quello al quale affidiamo la nostra attesa nel nostro esistere…
Larga è la via stretto il raccontare e tutto ha un senso.
Se le foglie cadono c’è sempre un motivo al quale affidare il nostro destino… O no?
C’era una volta la bellezza e poi la bellezza sempre ritornerà nel canto andaluso alle cinque della sera… quando il torero entra nel gioco della corrida con il rosso nel cuore e la passione nel profondo degli occhi…
Ma se questa è una storia è una storia mancata…
Se questo è una cerca del raccontare è una cerca nell’immenso del deserto…
Se in tutto c’è l’immaginario di una favola fiaba leggenda le immagini sono una prigione del giorno…
Se questa è una vita c’è il poco e l’abbastanza che fanno del mercante di parole un custode di conchiglie.