Con buona pace di no-vax ed antivaccinisti, sono evidenti i progressi compiuti dalla scienza medica negli ultimi anni: malattie un tempo mortali sono oggi un triste ricordo e contro l’epidemia di Covid-19 è stata schierata una potenza di mezzi, uomini e tecnologie che non ha eguali nella storia dell’uomo.

Ma come è noto, la catena più robusta resiste tanto quanto è solido il suo anello più debole, e non è purtroppo raro il caso in cui alle molte ed innegabili luci della sanità facciano da contraltare ombre imbarazzanti ed incomprensibili.

In un periodo in cui si chiede ai cittadini di limitare al massimo i contatti sociali e la frequentazione di luoghi affollati, tante, troppe persone sono costrette a dei veri e propri “tour de force” per chiedere di veder rispettato il loro diritto alla salute, con il risultato di dover trascorrere ore in uffici e corridoi più o meno a contatto di altri utenti laddove si potrebbe fare tutto comodamente da casa, compilando un modulo online.

Quella che segue è la cronaca di una giornata qualunque di un cittadino qualunque, vissuta in un qualunque poliambulatorio della provincia ionica. Quanto raccontiamo è avvenuto veramente, è cronaca anche se sembra fantascienza o un racconto dell’orrore, fate voi.

Già raggiungere il distretto socio sanitario di destinazione richiede una certa dose di fortuna ed abilità: realizzato alla periferia della principale città dell’ambito territoriale servito, è ubicato in una zona in cui le strade asfaltate sono una ipotesi e la segnaletica una chimera, col risultato che lo si trova col vecchio metodo di interrogare i passanti che si incontrano e che hanno voglia e tempo di rendersi utili al prossimo, in una missione che è a metà tra la caccia al tesoro ed il Camel Trophy, tra fossi, pozzanghere, cespugli e road to nowhere. Giunti al traguardo, comincia la caccia al parcheggio: sembra strano, ma forse c’è una regola che prevede che il numero di posti auto disponibili nei pressi di un edificio pubblico debbano essere inversamente proporzionali a quelli del numero stimato di utenti che si prevede avranno necessità di accedervi. Di fatto si lascia la propria auto a qualche centinaio di metri avvicinandosi poi a piedi, avendo cura durante il tragitto di evitare le fosse e pozzanghere di cui sopra e gli schizzi di fango sollevati da altri automobilisti ancora in cerca del luogo ove lasciare la propria auto e proseguire per la propria via crucis.

Giunti all’ingresso dell’edificio, ci si para di fronte una grande parete vetrata, decorata da decine di fogli recanti avvisi ed informazioni illustrate con il classico burocratese; i più rinunciano a leggere al secondo o terzo tentativo, affidandosi alla volontà di condividere le informazioni acquisite da chi è già in attesa.

Ci si produce nel frattempo in una specialità tutta italiana, ovvero la “coda destrutturata”, che non è una opera d’arte concettuale e neppure una pietanza da nouvelle cousine, ma piuttosto il modo in cui tre o più italiani affrontano la attesa di fronte ad un qualsiasi accesso. Perché disporsi in una fila per ordine di arrivo quando si può dare vita ad un globo informe? Perché rispettare ciascuno il proprio posto quando si può ondeggiare come spighe al vento? Perché non vagolare come elettroni senza nucleo? Perché non dare vita, ad intervalli di tempo imprevedibili, a bisticci e litigi al suon di “c’ero prima io”, “tu sei arrivato dopo”, “ero di fianco a fumare una sigaretta”?

A rendere l’atmosfera più frizzante, le regole anti Covid-19 vietano tassativamente l’ingresso all’interno della sala di attesa, che con le sue decine di sedili desolatamente vuoti appare – aldilà delle vetrate – come un irraggiungibile miraggio. Si attende fuori, al freddo se soffia la tramontana, sotto l’acqua se piove perché – ça va çans dire – l’ingresso è privo di tettoie, pensiline, sporgenze o qualsivoglia aggetto che possa proteggere gli sfortunati astanti dai capricci di Giove Pluvio.

Scatta in questi casi l’istintiva mutua consolazione basata sul “mal comune mezzo gaudio”; ci si racconta malanni e infortuni, si condividono i nomi di medici consigliati o da evitare, si consigliano terapie e medicinali, in attesa che la roulette della vita faccia uscire il numero a noi assegnato dal fato.

Mosso infatti a pietà da questa umanità triste e dolente, un vigilante armato di pistola e dotato di pazienza riduce un foglio in minuti pezzetti, vergando su ciascuno un numero e distribuendoli poi agli astanti per offrire loro l’illusione di una organizzazione.

Passano i minuti, che scorrono lenti e indifferenti come le gocce di una flebo, mentre gli animi si agitano come le bolle in un gorgogliatore collegato ad una maschera ad ossigeno; per fortuna il clima è clemente e leopardianamente si osserva una siepe che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Nel frattempo, guai a distrarsi! Il nostro numero potrebbe essere appena sussurrato, giammai ripetuto, perdersi nell’altrui brusio e condannarci a ripartire daccapo la nostra supplice attesa, novelli Sisifo senza neppure la soddisfazione di essere riusciti a gabbare gli dei.

Come in tutte le tragedie, si giunge al punto di non dolerci più delle nostre sventure ma di provare pena per chi è meno fortunato di noi; non ci si lamenta del tempo passato in piedi quando alla stessa attesa son condannati invalidi, anziani e donne gravide, tiriamo un sospiro di sollievo per riuscire ad ascoltare il fruscio del vento mentre l’ipoudente non riesce a comprendere – complice la mascherina che impedisce di leggere il labiale – le informazioni che il vigilante di cui sopra prova a comunicargli, scegliendo poi di farlo alzando il tono della voce e sacrificando all’utile il dilettevole della riservatezza.

E che dire del circolo vizioso che costringe l’anziano appena giunto a bussare ripetutamente sul vetro dell’ingresso sino a richiamare l’attenzione di un camice di passaggio che – alla sua richiesta di prenotazione di una visita specialistica – consiglia all’utente di telefonare ed alla obiezione che son tre giorni che il vecchietto chiama senza ricevere risposta alcuna fa spallucce risponde: “Eh, i centralini sono fuori servizio, è meglio se manda una PEC”, allontanandosi poi come se avesse affermato una banalità del tipo “il sole sorge la mattina e tramonta la sera” e privandosi del piacere di sentire l’avo commentare, più rassegnato che adirato: “Ma cè cupu ti menchia ete la pecca?”.

Giunge finalmente il nostro turno, ma è ancora presto per cantare vittoria. Conviene non dilapidare la nostra scorta di pazienza perché ne avremo ancora bisogno. Guadagnare l’accesso all’interno dell’edificio non significa aver raggiunto il traguardo, tutt’altro: bisogna orientarsi tra uffici e corridoi, non farsi ingannare da targhette e tabelle pre-covid, mendicare informazioni sulla nuova geografia impiegatizia districandosi tra burocratese e gergo da addetti ai lavori, sperare che il preposto non sia in pausa, l’impiegato non sia in ferie, il responsabile abbia il timbro a portata di mano.

Il Fato è benigno, troviamo lo sportello che fa al caso nostro e ci accorgiamo subito che – ovviamente – c’è una fila da fare. Oramai temprati attendiamo: il nostro smartphone ha ancora carica sufficiente per consentirci di avvisare i nostri cari, che abbiamo salutato ingenui sul far della mattina, che faremo tardi per pranzo.

Riusciamo ad interloquire con la persona che fa al caso nostro, lo sentiamo lamentarsi dei colleghi, dei fannulloni, della burocrazia, lo vediamo sparire alla ricerca di una fotocopiatrice funzionante per vederlo tornare dopo un quarto d’ora e sentirci raccontare che la unica macchina riproduttrice che funziona aveva finito la carta e che dopo essersela procurata, tornato all’agognata Xerox, ha dovuto far la fila anche lui, preceduto da colleghi più lesti nel procurarsi l’agognata risma (o più furbi nel tenerla celata per le prevedibili evenienze).

Abbiamo finalmente il nostro modulo, fotocopia di una fotocopia di una fotocopia di una fotocopia oramai meno leggibile di un papiro di Qumran, ovviamente compilato a mano in una grafia tutt’altro che rispondente ai canoni dello stampatello, in maniera che l’impiegato successivo non riesca a leggere la terapia prescritta, confonda il codice fiscale scambiando una M per una H, una U per una V, un 1 per un 7, un 8 per un 9, un 2 per una Z, un 5 per una S, uno zero per una O, anche se tu – tapino – ti illudevi che anni di servizio avrebbero dovuto renderlo abile a distillare la segreta formula sulla base dei dati anagrafici prima riportati. Ma perché sforzare le meningi quando dovrebbe essere sufficiente saper copiare? In effetti… vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

Riceviamo l’agognato foglio e l’avvertenza che dovremo consegnarlo direttamente al medico responsabile ed al tecnico che dovrà operare la prestazione, avendo cura di serbare per noi l’originale per future evenienze. Facciamo sommessamente notare che il foglio è uno ed i destinatari sono tre, solo per sentirci rispondere che – ovviamente – dobbiamo fare noi le necessarie fotocopie, prima di riprendere la cerca dei destinatari.

Torniamo a casa riconoscendoci appieno in quel popolo da secoli calpestato e deriso, così ben descritto nella seconda strofa dell’inno di Mameli; leggiamo che altrove le prenotazioni delle vaccinazioni Covid hanno intasato il sistema con il risultato di far saltare anche la programmazione delle altre prestazioni, che ogni regione ha un suo proprio registro che non condivide con le altre, che gli elenchi sono spesso compilati manualmente, che a pochi giorni dalla (teorica) vaccinazione degli ultra ottantenni ancora non sono state definite le procedure da seguire.

Nei giorni scorsi a Grottaglie si è celebrato il ricordo di San Ciro di Alessandria, compatrono della Città delle Ceramiche. A fine gennaio, ogni anno, molti fedeli si recano nella chiesa matrice, ubicata nel cuore storico, per chiedere al Santo di intercedere per ottenere la guarigione di una malattia, la soluzione di un malanno, l’esito positivo di una prognosi.

L’anno prossimo farò anche io così. Farò sicuramente prima e probabilmente avrò più successo. Vi farò sapere.