Ogni città ha il panorama che la rappresenta, un monumento iconico, uno skyline che la fa ricordare anche al più distratto degli osservatori. Chi non collega Parigi alla Tour Eiffel, Bruxelles all’Atomium o Roma al Colosseo? Chi non ricorda i tanti film con il ponte di Brooklyn o le salite di San Francisco?

Anche Taranto non era da meno, smantellata oramai anni fa la gigantesca insegna luminosa di una nota birra che di tarantino oggi ha solo il logo, resistendo ad oltranza – nonostante acciacchi, ruggine e malanni vari – i tre ponti che collegano i suoi proverbiali due mari, il capoluogo ionico salutava chi si allontanava in direzione Bari mostrando su una facciata della sua palazzina direzionale l’insegna dell’Ilva, il colosso siderurgico che da decenni – nel bene e nel male – è protagonista della vita della città.

Oggi quell’insegna quadrata non c’è più, smontata in poche ore e sostituita con il nome del nuovo padrone (o affittuario del ramo d’azienda, fate voi). Un gesto che segna visivamente un cambio manageriale che non si accorda del tutto con le attese, le speranze ed i progetti di chi vorrebbe un divorzio dal gigante d’acciaio per regalare a Taranto un nuovo futuro. “E’ la globalizzazione, bellezza!” si potrebbe commentare citando un noto film; dall’altra parte d’Italia i manager turchi chiudono dall’oggi al domani una storica fabbrica di torroni e cioccolatini, qui migliaia di persone – in una roulette russa telematica – hanno scoperto cliccando su un link al computer se il loro posto di lavoro era salvo o se avevano tempo un giorno per raccogliere tuta e ricordi, salutare i colleghi di lavoro e ripensarsi in un altrove ancora tutto da decifrare e programmare.

Sull’Adriatico (forse?) arriverà il gas del TAP, ipotetico combustibile per dare (metaforicamente) e consumare (effettivamente) ossigeno negli altiforni di quella che un tempo si chiamava Italsider; ironia della sorte per una città che vuole il suo fondatore originario di Sparta o giù di li. Se già per tanti era difficile pronunciare correttamente il nome Ilva, con una R birichina che dialettalmente sostituiva una L neghittosa (chissà che cosa ne avrebbe detto il Rohlfs…) chissà come andrà a finire con il nuovo nome, che se non si presa ad arditi scambi di consonanti, di certo porrà qualche dubbio sul corretto posizionamento degli accenti.

Intanto, sul quella parete di metallo azzurra, la scritta ILVA non c’è più, probabilmente a breve scomparirà anche dalla recinzione perimetrale e forse già allora capiremo se anche in questo caso avrà avuto ragione Tomasi di Lampedusa quando affermava che “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.