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Approfondiamo la conoscenza dell’argilla e delle fasi preliminari della sua lavorazione, “punto di partenza” fondamentale per la buona riuscita del manufatto ceramico.

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L’argilla

Lo sviluppo dell’artigianato figulino è stato determinato soprattutto dalla presenza, in grandi quantità, d’argilla che si presentava malleabile e di buona qualità; essa veniva estratta dalle numerose miniere di cui era costellato l’agro grottagliese e si differenziava notevolmente da quella usata nella Taranto magnogreca che era più ricca di iodio, cloro e sale marino e ciò la rendeva più porosa.

Sul suolo locale sono presenti tre tipi di argilla: “la creta stagna” che è argilla grassa molto plastica che contiene una bassa percentuale di ossidi di ferro e ciò la rende facile da modellare ma delicata nella cottura perché non sopporta sbalzi di temperatura. “La creta scogliosa”, invece, si presenta in strati sottili separati da sabbia ed è difficile da rendere omogenea, facilmente soggetta a rotture. Infine, “la creta arenosa” è argilla magra, ricca di sabbia, che ha una buona tenuta sia durante l’essiccamento che la cottura, ha, però, scarsa plasticità e ciò la rende difficile da modellare.

Molto spesso accade che il vasaio tende a mescolare tipi di argille diverse per ottenere un impasto plastico, resistente alla cottura. La plasticità consiste sia nell’assumere una determinata forma durante la modellazione a freddo sia di conservarla durante la cottura. Nel caso in cui questa fosse eccessiva potrebbe provocare delle fratture nel manufatto durante l’essiccamento. L’argilla presente nelle cave pugliesi ha un colore grigio – verdastro che può diventare più scuro se in essa sono presenti più sostanze organiche e più ossidi di ferro.

Una volta cotta l’argilla assume un altro colore che va dal giallo tenue al rosato e che dipende dall’effetto combinato degli ossidi di ferro, che arrossano il corpo ceramico in cottura, e del calcare, che ha un effetto schiarente, ma influiscono anche le condizioni termiche ovvero la temperatura massima raggiunta, il tempo della cottura, l’atmosfera ossidante.

 

L’estrazione dell’argilla

Il luogo in cui era ubicata la cava d’argilla viene definito “contrada” e in tempi passati, veniva affittato mediante un contratto che prevedeva lo sfruttamento fino ad esaurimento della materia prima. L’estrazione non veniva effettuata dal vasaio ma da contadini esperti e capaci di giudicare quegli strati più adatti alla lavorazione al tornio. I contadini attraverso l’uso di una pesante zappa praticavano nel suolo dei canali profondi e stretti fino ad arrivare a individuare lo strato utilizzabile.

Nel corso degli anni si creavano fossati molto estesi che potevano raggiungere i 200 o 300 metri quadrati con una profondità di quattro o cinque metri. Man mano che lo scavo si abbassava, il contadino provvedeva ad incidere degli scalini nella parete della cava e attraverso essi trasportava a spalle l’argilla in grosse ceste. In particolare a Grottaglie, l’estrazione dell’argilla avveniva anche in galleria, ma il crollo di alcuni pilastri che reggevano le volte sotterranee ha fatto si che si abbandonasse questo sistema di scavo. Al giorno d’oggi è quasi del tutto cessata l’attività di estrazione che permane ancora, in numero trascurabile, nel territorio della vicina Montemesola. Si tratta di un’argilla più sabbiosa e poco duttile.

Oramai gran parte dei ceramisti acquista dalla Toscana l’argilla che si presenta più scura, molto duttile e più facile da lavorare. Viene già prodotta in pani omogenei, per cui il trattamento di raffinazione è in via d’estinzione. Solo le botteghe tradizionali continuano a rifornirsi dalle cave locali che si trovano nelle vicinanze. La ceramica da fuoco e da acqua A seconda delle caratteristiche fisico – chimiche dell’argilla adoperata per plasmare il manufatto si distinguono due categorie: la ceramica ad acqua che comprende i manufatti sia funzionali che decorativi e quella da fuoco che è rappresentata dai manufatti per cuocere vivande come le pignate, i tegami o teglie, che resistono a tutte le temperature e non rischiano di rompersi con il contatto diretto col fuoco.

La ceramica da fuoco viene realizzata con argilla ricca di sabbia silicea e di ossidi di ferro e per renderla impermeabile viene ricoperta da un rivestimento a composizione piombifera denominato “vernice” che dopo la cottura si trasforma in una patina trasparente e lucente. Questo tipo di produzione subisce due cotture: una, dopo la modellazione e l’essiccamento, e l’altra dopo esser stata imbevuta nella vernice piombifera. Dopo la cottura, la ceramica da fuoco, assume il tipico colore rosso – bruno che la contraddistingue. La ceramica ad acqua comprende tutti quei manufatti destinati sia a contenere liquidi sia ad altri usi che vanno dal decorativo a quello domestico, dal devozionale al lavorativo. Viene definita in questo modo perché non sopporta i contatti diretti e ripetuti con il fuoco avendo caratteristiche fisico – chimiche diverse rispetto a quelle della ceramica da fuoco. L’argilla impiegata è meno ricca di silice ma presenta grosse quantità di calcare, alcali e minerali argillosi che le danno una maggiore plasticità.

Il colore chiaro della ceramica da acqua dopo la cottura è dovuto alla presenza di una percentuale bassa di ossidi di ferro unita all’effetto schiarente del calcare. La ceramica ad acqua comprende:
• terracotta che viene anche definita in dialetto “robba rustica”,
• faenza ingobbiata e verniciata, faenza smaltata, maiolica e mezzamaiolica che vengono definite con termine dialettale “robba gialla” e “robba bianca”.

 

La stagionatura dell’argilla

Dopo l’estrazione dalla cava, l’argilla viene trasportata in paese e posizionata nel piazzale antistante la bottega per farla asciugare. Se le zolle d’argilla erano particolarmente umide venivano girate e capovolte con una pala, altrimenti venivano lasciate all’aria per un periodo di tempo variabile a seconda della stagione e delle condizioni atmosferiche. In questo modo si avvia il primo processo di depurazione per via naturale che porta a un aumento di plasticità dovuto alla putrefazione di sostanze organiche contenute nelle zolle e una purificazione chimica dovuta all’ossidazione.

In seguito alla stagionatura, l’argilla ben asciutta viene depositata in grandi magazzini areati e freschi, le cosiddette “vaste ti creta”, che solitamente vengono scavati nelle colline tufacee cui molte botteghe si addossano.

«Le mani e la plasticità della materia prima sono i due dati essenziali, insostituibili del miracolo ceramico». Scrive Giovanni Acquaviva nel suo “D’argilla – un viaggio tra le ceramiche di Grottaglie” di Giovanni Acquaviva, Schena, Fasano. In un piazzale ripulito del cortile antistante la bottega, la “palazza”, l’argilla viene prima battuta usando la sola forza delle mani unita all’uso di uno strumento massiccio “la mazza ti fierru”. Accantonando le zolle più grandi, il “palazziere” ovvero colui che si occupa di questo lavoro di frantumazione, prende i pezzi più piccoli e continua a martellarli riducendoli in frammenti ancora più minuti, che vengono poi passati al setaccio “scigghialuru” , formato da fili di ferro posti in cerchi concentrici, al fine di ottenere una polvere fine e senza grumi per indurire quell’argilla che viene sciolta con troppa acqua.

Gli scarti della frantumazione vengono raccolti e mescolati ad acqua e paglia tritata dando vita a un impasto che veniva impiegato per vari usi come murare la porta della camera di cottura a infornamento completato, murare la bocca di accesso della camera di combustione a cottura finita, ricoprire le pareti e la volta delle foraci, operazione che veniva eseguita ogni tre o quattro cotture per mantenere le strutture interne della fornace in buone condizioni.

A questo punto, il vasaio prelevava dalle zolle accantonate quelle che gli servivano per la lavorazione giornaliera e le depositava entro profonde vasche in muratura quadrate o rettangolari “pile ti creta” ricolme di acqua in cui i pani d’argilla venivano messi a mollo per tutta la notte e l’indomani erano ammorbidite e pronte per essere impastate, operazione che, sino a qualche decennio fa, consisteva nella battitura con i piedi.

Colui che si occupava di questa operazione era definito “stumpaturu” proprio perché pestava con i piedi l’argilla per alcune ore fino ad ottenere la “creta stumapata”, un impasto omogeneo e ben lavorato che veniva diviso in pani piatti che venivano accatastati in pile, spargendo polvere fine tra l’uno e l’altro allo scopo di non farli attaccare. Oggi questa operazione viene effettuata da un’impastatrice elettrica. Si passa poi all’operazione detta “craminatura” che consiste nel prendere delle porzioni d’argilla e sottoporla a torsioni e colpi battuti con il pugno chiuso al fine di migliorare l’omogeneità dell’impasto e liberarlo dalle bollicine d’aria ancora rimaste all’interno. Dalla pasta in lavorazione bisogna eliminare i cosiddetti “ruèddili” ovvero i noduli calcarei che resistono allo scioglimento e che danneggerebbero la foggiatura del manufatto.

Dalla massa d’argilla si formano i “maddi” ovvero pani di diversa grandezza per adattarsi al pezzo che deve esser modellato. “Lu muddu” viene poi posizionato su una tavola di legno e può essere a forma di palla oppure di cono, a cui, il vasaio, taglia la punta per creare una zona liscia dove affondare i pollici. Ha inizio così la fase della foggiatura del manufatto.

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