Sono trascorsi Quarant’anni da quella notte – alba in cui Pier Paolo Pasolini venne ucciso. Trovato morto. Lido Ostia. Appresi la notizia con il primo radio giornale. 1975. 2 Novembre. Appena laureato, 1978, feci la mia prima relazione, a Roma, su “Pasolini contro”. Sono passati lunghi anni… Ma cosa è stato Pasolini? Noioso e culturalmente ambiguo. Sulla via di Damasco Pier Paolo Pasolini incontra il suo delirio. E allora perché ricordarlo?
In un gioco di parole e di immagini, di figure e di storie, di impressioni e di recite il limite tra la fede e il senso del perdono incontra il desiderio di memoria. Pier Paolo Pasolini è stato sempre in bilico tra il peccato e la rivelazione. Ma in ogni gesto di rivelazione l’essenza della Croce è ben raffigurata. La “croce” Pasolini. Il fratello ucciso dai comunisti è dentro la sua “croce”.

Il viaggio che compie Pasolini è sempre un viaggio realmente geografico che viene attraversato con il corpo e con l’intelletto. Ogni realtà è una realtà fisica e una virtù poetica. C’è un dialogo – rapporto tra Pasolini e San Paolo. Tutta la sua vita è “trafitta” dall’immagine di Paolo. Ci sono diversi riferimenti nei suoi testi oltre alla sceneggiatura per un film mai realizzato risalente al 1968. Mai realizzata perché non è stato capace di andare oltre la sua religiosità relativista. Passione e ideologia, titolo di un suo saggio, è la provocazione linguistica ma anche il suo limite.
Un misterioso percorso che accompagnerà il poeta nei suoi luoghi di “peregrinazione”. E fu un luogo di peregrinazione e di morte anche il suo ultimo viaggio nei pressi della spiaggia di Ostia. Viaggio? Il caravaggesco San Paolo è dentro il peccato e il perdono non solo dell’opera stessa di Pasolini, ma anche della vita dispersa dell’uomo. “Lettere luterane” sono il peggio dell’incoerenza.
Dirà in una sua poesia:
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il tuo amore”.

La morte del fratello trasforma esistenzialmente e culturalmente la concezione della vita in Pasolini.
Cosa è stato Pier Paolo Pasolini? Cosa ha lasciato come eredità culturale? O meglio dove è possibile rintracciare la sua eredità letteraria? Si riaccende il dibattito e la questione si pone in una complessità di rapporti che sono sia di ordine ideologico sia di sistemazione di un quadro storico all’interno del contesto culturale contemporaneo.
Il problema è che Pasolini andrebbe riletto nelle sue specificità e ricollocato nella sua temperie attraverso una eterogeneità di modelli di approccio. Si pensi a “Petrolio”, l’antiestetico modello della scrittura sparsa… Mi riferisco al Pasolini poeta, al Pasolini regista, critico letterario, polemista, saggista politico, pittore, elzeverista. Potrebbero esserci diversi modi di approccio alla sua ricerca e al suo lavoro creativo. Ma resta, comunque, al di là di tutto, il Pasolini personaggio che ha raccontato il malessere della società moderna? Poeticamente? Non resta nulla. Un Trasumanar… Pur condannando il “regime” delle omologazioni Pasolini era diventato una “istituzione” all’interno della sinistra, ma anche di un certo mondo cattolico comunista. E poi vicino anche ad una Destra sociale… Una destra ridicola… Pur condannato dal Pci e pur egli condannando la funzione dei comunisti era per la sinistra un riferimento con il quale gli intellettuali organici o meno facevano i conti. Certo, c’è da dire che Pasolini non era organico. Per le cose che scriveva, per come viveva la vita, per come affrontava sia gli aspetti problematici del suo privato sia le realtà della politica stessa, ma ciò non toglie che in Pasolini convivevano diverse anime che si rispecchiavano nella sua scrittura e nei suoi testi. Si pensi ai versi in cui si parla dei figli di papà a Valle Giulia e la difesa dei “celerini”… Un grido dalla destra: Pasolini è nostro (anche)… Nel 1968 sosteneva: “Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale”

Rileggendo i suoi testi poetici ci si rende conto che la sua poesia, tranne in alcuni casi, è un mero esercizio di pressapochismo linguistico: sia quelle in dialetto del suo Friuli, sul quale ho dedicato un libro, sia quelle in lingua. Ebbene l’esercizio c’è. Quel forzare la mano su una poesia ideologica priva la stessa poesia di una tensione lirica, di un ritmo, di un gioco di metafore che sono essenziali in un percorso poetico ed estetico.
Il linguaggio ha delle forzature nell’impostazione del verso perché la poesia in Pasolini non nasce da una intuizione lirica, ma da una riflessione sostanzialmente politica, analitica e critica. Il caso della poesia dal titolo: “Supplica a mia madre” è qualcosa che andrebbe esaminata a parte. Qui c’è la poesia perché all’analisi subentra il lirismo.
Studioso di Pascoli ha trovato in alcuni poeti una chiave di interpretazione della poesia del Novecento, ma il suo scritto su Giuseppe Ungaretti, centralità dell’Ermetismo, resta una pietra miliare. Lo diceva con consapevolezza in uno scritto nel quale si parla dell’Ungaretti religioso e che risale agli anni 1948 – 1951 (ora nei Saggi sulla letteratura e sull’arte): “La storia della poesia di Ungaretti si svolge dunque per definizione al centro della storia della poesia del Novecento. (…) La sua storia d’uomo non è mai una disperazione privata: è sempre trascritta in un ordine poetico o altamente letterario. Nessuno dei poeti contemporanei ha tanto creduto e crede nella poesia”. Un Pasolini che centralizza l’Ungaretti prefato da Musssolini…
Ungaretti dunque è attentamente analizzato. Ecco come Pasolini affida alla critica letteraria anche i suoi “atti” creativi che partono da una base di ricerca ma che hanno come definizione una precisa identità poetica. E questo è dimostrabile in quasi tutti i suoi scritti di critica letteraria e di arte.
La sua battaglia letteraria considerata come approccio estetico e non realista non è assolutamente “una battaglia di retroguardia”. Perché le sue indicazioni letterarie marcano delle linee e degli indirizzi. Per fare un solo esempio: Pasolini sapeva bene di non poter rilanciare Caproni e la sua poesia se non partendo appunto da Ungaretti. Quindi non c’è alcuna rottura né storica né critica tra le diverse generazioni poetiche. Pasolini cerca una linea da portare avanti. Anche in questi termini si potrebbe spiegare la non condivisibile stroncatura a D’Annunzio. Non conosceva D’Annunzio e non intendeva conoscerlo per una mera scelta ideologica, ma poco intelligente dal punto di vista critico. Pasolini, nonostante, la sua dichiara libertà di idee restava ancorata ad una visione prettamente gramsciana.
Se dovessi scegliere tra i saggi letterari e quelli politici non avrei alcun dubbio. Sceglierei quelli letterari perché sono quelli che, in parte, restano, sono quelli che permettono di aprire una verifica all’interno della letteratura italiana del nostro Secolo, sono quelli che hanno un aggancio sia con la società e sia con la stessa politica. Si pensi alle sue pagine dedicate alla poesia popolare o alla poesia dialettale, al mondo del folclore che diventa riscoperta di una tradizione. Ma fin qui e poi ci sono grandi limiti ben testimoniati da Giuseppe Berto. Giuseppe Berto va oltre e attraversa non una antropologia della naturalismo, ma una antropologia metafisica.

In questo campo di Pasolini non condivido la funzione che ha voluto dare al cosiddetto neo – sperimentalismo, perché è caduto, con questa esperienza, nella trappola dell’ideologismo che cercava di prendere il sopravvento sulla poesia. La sconfitta letteraria di Pasolini di quegli anni (dello sperimentalismo) era nel voler far credere che l’ideologia avesse un senso anche sulla poesia. Non lo aveva capito in quel tempo. Cominciava a capirlo negli anni Settanta.
Riferendosi a Franco Fortini nel 1958 sosteneva: “…si ha la netta impressione che egli, nel fondo, voglia proprio questo. Essere cioè dimostrazione vissuta – ‘martire’ nel senso etimologico della parola – di una nuova cultura e di una nuova ideologia letteraria, che escludono, per definizione, sia l’umanesimo che l’irrazionalismo della poesia”. In altri termini il contrario di ciò che si sosteneva per Ungaretti. Le ambiguità di Pasolini sono nella sua vita e nella sua scrittura. Intellettuali ambiguo.
L’uccisione del fratello Guido è una esclamazione tragica che pone Pasolini davanti ad una realtà che si mostra con tutta la sua ambiguità. Un poeta che non c’è. Un regista che non si trova. Il suo “Salò” è l’esempio più inguardabile di un cinema estetica. Un critico speculare ma contradditorio, un giornalista da rileggere non perché è interessante, ma per scavare in alcune pochezze di una letteratura vuora di un reducismo relativista e meta-realista.

Più volte ho avuto modo di scrivere su Pasolini e di conversare su di lui, da Roma a Strasburgo, da Tetova a Cosenza, ma c’è una problematica fittizia che copre il suo viaggio letterario tra ombre e semi – luci. Le pagine di “Amado mio” non sono solo una stranezza, ma sono il limite di una letteratura che dovremmo considerare altro. Era nato il 5 marzo del 1922.