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Si è celebrata oggi la festa del lavoro, con il solito, immancabile codazzo di retorica e polemiche: un lavoro che non c’è, sempre più precario, parcellizzato, svilito nel suo valore etico e trattato alla stregua di merce. Sotto accusa sempre i soliti imputati: il governo che fa le leggi che non piacciono ai sindacati, i sindacati che pensano solo a chi il lavoro lo ha (ed a volte – come nel caso degli applausi di alcuni appartenenti al SAP – difendono anche gli indifendibili in una chiusura corporativista ai limiti del masochismo), quelli che occupano un “posto” ma il lavoro si guardano bene dallo svolgerlo, e così via, in una oramai prevedibile sequenza di scene che sarebbero grottesche se non fossero tragiche.

In una nazione in cui – alla fine dei conti – circa il 10% degli abitanti produce beni ed in cui un giovane su quattro è disoccupato, ci permettiamo il lusso di sprecare risorse che altrove produrrebbero reddito e ricchezza: facciamo crollare Pompei, teniamo chiusi gli Uffizi, cementifichiamo le coste, usiamo le gravine come discariche, piccole e grandi “storie ignobili”, per dirla alla Guccini, incomprensibili agli occhi degli osservatori stranieri e sempre meno tollerate – per fortuna – anche dagli italiani.

Poi ci sono le vicende più semplici, anche solo apparentemente; quelle che oscillano tra l’idiozia e la miopia organizzativa, tra la ottusa burocrazia e l’incapacità di capire cosa significhi davvero “servizio pubblico”. Emblematico il caso di Taranto, oggi. Centinaia di artisti e tecnici provenienti da tutta Italia, decine – forse un centinaio – di migliaia di persone accorse in una zona fino a due anni fa sconosciuta e abbandonata per assistere ad un concerto.

Un concerto organizzato senza chiedere un soldo di contributi pubblici, frutto della caparbia volontà e dell’irriducibile ottimismo di chi spera e vuole un futuro diverso, di chi mette da parte le chiacchiere e si rimbocca le maniche, di chi a fare qualcosa ci prova, e ci riesce.

Un concerto che ha Taranto ha portato persone e quindi denaro, persone che a Taranto hanno mangiato, bevuto, forse dormito. Persone che forse a Taranto torneranno un altro giorno per visitare il Museo, il Borgo antico, il castello aragonese. Come ha accolto Taranto queste persone? Ignorandole, snobbandole, fregandosene di loro.

L’evento musicale cominciava alle 15,00 in una zona periferica di Taranto, ma alle 13,00 il servizio dei bus urbani è terminato. Sacrosanta la festa e chissenefrega di chi non ha l’auto o non vuole utilizzarla per non intasare i parcheggi o non contribuire all’inquinamento. In tanti sono arrivati a Taranto in treno e si sono trovati – come Totò e Peppino a Milano – a chiedere ai passanti le indicazioni per raggiungere il parco archelogico in zona Concattedrale, e per fortuna non pioveva.

Senza voler ledere i sacrosanti diritti degli autoferrotranvieri, era così complicato prevedere una corsa speciale che – magari ogni mezz’ora – collegasse con una navetta la stazione ferroviaria ed il terminal bus di Taranto con la zona del concerto? Era così difficile prevedere che questo evento avrebbe attirato così tante persone e prevedere i servizi necessari? Era così stupidamente necessario confermare per l’ennesima volta che a Taranto – in realtà – i turisti qualcuno non li vuole?

A chi è già pronto a levare gli scudi in nome del riposo garantito ricordiamo i tanti che lavorano quando gli altri si divertono: medici e infermieri, forze dell’ordine, macchinisti ferroviari, i tanti nei luoghi di svago e ritrovo come cinema, bar e ristoranti, per finire con chi – sugli altoforni e nelle colate continue della tanto vituperata industria siderurgica – assicura che gli impianti siano in marcia 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno.

Quindi volere è potere, e se non si fa è perché non lo si vuole, tertium non datur. D’altronde non è che ci volesse un grosso sforzo di indagine per scoprire una verità così lapalissianamente evidente: il turista che volesse arrivare a Taranto dovrebbe attrezzarsi con una volontà pari a quella del Dr. Livingstone alla scoperta delle sorgenti del Nilo: la terza città più popolosa dell’italia peninsulare ha una stazione ferroviaria in cui oramai sono sempre meno i treni in transito, un terminal bus piccolo, sporco, fatiscente e privo dei servizi essenziali, una autostrada distante decine di chilometri e tuttora strangolata dall’attraversamento di Massafra, un aeroporto che a tutto pare destinato (probabilmente anche all’atterraggio di astronavi aliene, ma è top secret) meno che ai voli civili, un porto da cui siamo riusciti a far scappare le poche navi da crociera che hanno avuto il coraggio di attraccare alle nostre banchine… e l’elenco potrebbe continuare.
Altrove, e neppure tanto lontano, in occasione di eventi come la “Notte della Taranta” si predispongono linee speciali di bus e treni da e per Lecce, che collegano la città a Bari e Roma, e tutto ciò – udite udite! – ad agosto, mese dedicato sin dai tempi dell’impero romano alle sacre ferie estive.
Ancora una volta, insomma, la mancanza del Comune (sia come aggettivo che come sostantivo) appare più clamorosa dove il privato cittadino mostra invece con i fatti che si può realizzare anche un progetto che solo due anni fa sarebbe sembrato fantascientifico.

A noi, a tutti ed a ciascuno, non resta che chiederci in quale direzione vogliamo procedere, a chi vogliamo affidare il nostro futuro e quando e come chiedere finalmente conto delle tante promesse disattese. Un’epoca, forse, è finita per sempre, e indietro non si torna e sarebbe davvero folle affidare ancora la soluzione a chi ha creato e incancrenito i problemi.