Calo-Vincenzo

Roberto Burano non è solo un apprezzato professionista nel campo medico, ma anche un attivo protagonista di molti eventi culturali che si svolgono a Grottaglie, e non solo. Dalla sua penna, mossa da memoria e fantasia, riceviamo un racconto sugli ultimi giorni di vita di Vincenzo Calò, illustre cittadino grottagliese che molto ha fatto per il progresso della sua città. Il racconto ha come titolo: “Storia di un medico che divenne imprenditore ceramico, di un figlio che divenne direttore della Scuola ceramica e di un territorio che grazie a loro riportò l’arte della ceramica agli antichi fasti” e – per la sua lunghezza – verrà pubblicato in tre parti. (N.d.R.)

(… continua …)
Terra grigia sterile
scavata sbriciolata
pestata a piedi nudi:
È materia, è fango!

In pani rotondi,
bagnata, sull’agile ruota
tirata su da mani gentili:
È forma, è idea!

Essiccata al sole
lambita dal primo fuoco
accarezzata dal pennello
torna nel camino
a ritrovare i nascosti colori
della fantasia.

Bella e infida
Frutto di lavoro e d’amore
come l’uomo
uscito dalle mani e dal soffio
di Domine Dio.

“Da un pugno di creta ” (Ciro De Roma: ” Grottaglie mia” ed. Lit. Ettorre 2005)

Non si può dire che Vincenzo ultimamente godesse di “una salute di ferro”, ma nulla avrebbe fatto prevedere una fine tanto rapida. Era un’ afosa mattina quella del 26 agosto del 1933 quando il grand’Ufficiale dottor Vincenzo Calò, dall’alto della sua esperienza medica, aveva già diagnosticato la gravità del suo male, una gravità che lo aveva portato ad intuire quanto il tempo a sua disposizione stesse rapidamente terminando. Accadeva sempre più spesso che di notte i dolori allo stomaco, che lo accompagnavano continuamente, si acuissero e divenissero lancinanti.

Non aveva fatto cenno a nessuno della gravità della sua situazione e a chi gli chiedeva come stesse soleva rispondere che accusava i comuni sintomi di artritismo, legati all’età, un po’ di insonnia e qualche dolore allo stomaco.
In questo momento della sua vita , proprio a marzo di quell’anno, aveva festeggiato i cinquanta anni della sua Laurea.

Pensate, si era laureato, a soli 22 anni, in medicina e chirurgia a Napoli, il 28 febbraio del 1883 , discutendo una tesi sull’angina pectoris avendo come relatore il professore Enrico De Renzi, direttore della seconda clinica medica. Il caso aveva voluto che al suo esame di laurea avessero assistito il professore Guido Baccelli, grande clinico medico esperto di patologie cardiache nonché presidente del Consiglio Superiore di Sanità , insieme al famoso giornalista Ruggiero Bonghi , anche lui deputato del Regno d’Italia, in visita all’Ateneo partenopeo. Entrambi erano rimasti colpiti dalla preparazione e dall’intelligenza del giovane a tal punto che il professore Baccelli lo aveva invitato ad iscriversi ad una scuola di specializzazione a Roma, in quanto cercava medici giovani con i quali realizzare l’équipe medica del costruendo Ospedale Umberto I di Roma, di cui aveva inaugurato i cantieri proprio in quei giorni.

Il giovane Vincenzo, entusiasta della proposta, aveva seguito il consiglio e si era iscritto a Roma alla Scuola di Specializzazione in Igiene. Si era specializzato discutendo una tesi dal titolo “Nuove frontiere per la diagnosi dei tumori” in cui descriveva un caso di tubercolosi del piloro e del cieco evolutasi successivamente in tumore; anche in questo caso era stato favorito per la sua futura carriera da un relatore d’eccellenza, il grande chirurgo e professore di Patologia Chirurgica Francesco Durante. Quel professore fu come un faro per lui e per la sua formazione medica e fu proprio grazie ai suoi insegnamenti, che tutte le sue paure, circa la natura del male che lo affliggeva, erano divenute certezze.

L’esperienza romana però, aveva limitato notevolmente il giovane Vincenzo, che, come un puledro, scalpitava e non vedeva l’ora di iniziare a lavorare per dare sfogo al suo spirito di servizio. Visto che la costruzione del Policlinico andava per le lunghe e sentendo sempre più forte la nostalgia della sua terra, decise di costruire il suo futuro partendo dal suo passato. Tornò al suo paese natio ove divenne prima medico condotto e poi ufficiale sanitario.

Proprio nella sua Grottaglie, in una delle interminabili notti, si girava nel letto Vincenzo, cercando di non svegliare la moglie Francesca che dormiva al suo fianco e con un senso di oppressione al torace ripensava all’ultimo suo sogno, quello prima dell’alba, sì, proprio quello che la saggezza popolare reputa premonitore, e rabbrividì. Aveva sognato il suo collega, il dottor Ignazio Carrieri, morto alcuni anni prima.

Era seduto su di una panchina del giardino antistante casa sua, stava bene in salute, sembrava felice di vederlo e lo invitava ad avvicinarsi tendendogli una mano. Lui lo aveva raggiunto, abbracciato e… baciato sulle guance; poi si erano messi in piedi e si erano avviati verso l’aperta campagna per una passeggiata sotto un sole che si faceva sempre più scuro. A quel punto, si era svegliato di soprassalto. Il dolore allo stomaco si era fatto ancora più lancinante, aveva il battito cardiaco accelerato, il respiro si era fatto corto ed era incredibilmente sudato. Si era alzato e si era diretto molto lentamente verso il bagno per lavarsi. Aveva aperto la finestra e si era guardato allo specchio.

L’immagine riflessa era quella di un uomo sofferente con gli occhi cerchiati di nero, con le rughe molto accentuate e le guance scavate e leggermente cadenti. Decisamente … non era l’uomo che nell’aspetto rappresenta la salute. Decise di radersi. Poi riempì la vasca da bagno con acqua fredda e vi si immerse, cercando benefici da quell’acqua così fresca e così pura. Tale fu la sensazione di benessere provata che decise inconsciamente di immergersi completamente e lavarsi il capo quasi fosse stato uno fonte battesimale.

Coperto dall’accappatoio aveva spalancato la finestra ed aveva lasciato che il sole gli baciasse il volto. Tutto quel trambusto, intanto, aveva svegliato la moglie che raggiuntolo nel bagno, lo aveva aiutato a rivestirsi e fatto ritornare sotto le lenzuola.

 

Il presente articolo è una riduzione ed un adattamento di un’opera originale di Roberto Burano. Non è consentito l’utilizzo e la riproduzione in tutto o in parte, con alcun mezzo, di quanto pubblicato senza il preventivo ed esplicito consenso dell’Autore (N.d.R.)