In occasione della presentazione del libro di Roberto Burano dedicato a Vincenzo Calò, il prof. Rosario Quaranta, noto ed appassionato storico, illustra alcune note storiche sulla grande tela dell’Annunciazione della Chiesa Madre di Grottaglie, al cui restauro saranno destinati i proventi della vendita del libro stesso. (NdR)

La grande tela semicircolare posta al centro dell’abside della chiesa madre raffigurante l’Annunciazione (riposizionata a marzo del 2017 dopo un attento restauro) viene così ricordata nella monografia sull’Insigne Collegiata di Grottaglie scritta di recente dall’infaticabile D. Cosimo Occhibianco (Congedo editore, Galatina 2014): “Questa tela dell’Annunciazione, di autore ignoto, fu posta nel 1674 per scongiurare la scomunica che l’intera comunità grottagliese aveva avuto per l’occupazione della foresta, territorio circostante della chiesa della Mutata. A destra, ai piedi del leggio, si intravede un topo”.

A beneficio dei Lettori siamo in grado di precisare e aggiungere a questa breve descrizione fatta dal benemerito Scrittore, molti altri interessanti particolari sul prezioso cimelio storico-artistico. Sono notizie riportate peraltro in precedenti pubblicazioni di chi scrive e in particolare in “Grottaglie nel tempo” (Tiemme, Manduria 1995, pp. 55 e 80): “L’abside contiene il grande coro del capitolo della collegiata e una notevole tela dalle dimensioni non comuni raffigurante ancora la titolare della chiesa e datata 1674.

L’autore, rimasto ignoto, si inserisce nell’ambito della fiorente esperienza pittorica napoletana del Seicento. L’analisi delle parti è minuziosa: drappeggi, ampie vesti, pavimento e motivi architettonici, un leggio ricoperto da un panno arabescato sul quale si apre il libro delle preghiere e, finanche, in fondo a destra, un gatto domestico (…).

La scomunica fulminata nel 1670 circa sugli occupanti del territorio della Foresta (nei pressi della Mutata) di proprietà della Mensa arcivescovile, è l’occasione per la realizzazione della grande tela dell’abside della chiesa madre. Questo dipinto, raffigurante l’Annunciazione, rappresenta il segno di pentimento per ottenere l’assoluzione. Un’iscrizione recita infatti: “Quanti recentemente negli anni passati vollero violare la santa immunità ecclesiastica posero a Dio Ottimo e Massimo e alla Vergine Annunciata Madre di Dio, in segno di resurrezione dalla tremenda ferita dell’anatema, questa prova della colpa esecrata e questo gesto di sicura pietà nell’anno della salute 1674“.

Ma come andarono realmente i fatti?
Siamo in grado di dare una risposta grazie a un preciso riscontro documentale fatto nell’Archivio Capitolare della Chiesa Madre grottagliese e in particolare nel “Libro delle conclusioni capitolari” dello stesso anno 1674. Si tratta della conclusione del 23 ottobre, finora inedita, da noi reperita, trascritta e tradotta. Un documento di notevole interesse storico che getta luce appunto sui motivi della realizzazione della tela e che ci permettiamo di riportare per intero, traducendo ovviamente in alcuni punti il testo latino.

Il 23 ottobre 1674, dunque, in pieno Capitolo, formato da una cinquantina di ecclesiastici (arciprete, canonici e preti), viene letta la lettera di scomunica pervenuta dall’arcivescovo di Taranto Tommaso Sarria contro gli usurpatori della “Foresta Tarantina” appartenente alla Mensa Arcivescovile.

Prima della lettura, mentre le campane suonano a morte, si tiene il rito della scomunica in cui i capitolari pregano ed esecrano, tenendo in una mano una candela accesa e nell’altra una pietra contro i responsabili del delitto; candele e pietre che rispettivamente verranno lanciate in un punto sì da creare una fiamma ed un frastuono orribile.

Il documento offre anche i loro nomi e cioè: il sindaco Giuseppe Mannara, gli “Eletti” Carlo Antonio Terzuolo, Orazio Basile, Giovanni Battista Giurì e Giuseppe Antonio Sportello; nonché i “Deputati”, ossia il medico Francesco Pinto, Giovanni Antonio Ciracì e Giovanni Maria Trani, e ancora il dottor Francesco Antonio Caforio Consultore e Governatore Criminale, e Giovanni Antonio Borracino “Precone”, riconosciuti tutti come “usurpatori e impedienti la possessione dei beni ecclesiastici e precisamente della Foresta di proprietà della Mensa Arcivescovile” di Taranto.

La lettura viene fatta “ad alta ed intelligibile voce” e, comprensibilmente in una atmosfera lugubre e orrida.

A seguito di questa drammatica scena e (come riportato nella iscrizione posta sul basamento accanto all’arcangelo Gabriele) in espiazione e per l’assoluzione del delitto commesso, verrà realizzata a spese degli “scomunicati” la grande e bella tela che quanto prima auspichiamo possa tornare al suo posto, non solo a ricordo di una inquietante pagina di storia grottagliese, ma anche a testimonianza della conseguente assoluzione ottenuta con la realizzazione di una tela di grande valore storico e artistico.

Ecco il documento:

Adì 23 ottobre 1674 nelle Grottaglie
Congregati l’infrascritte Dignità, Canonici e Sacerdoti, al suono della campana suonata al mattino e alla sera, nel luogo e secondo il solito costume per trattare cose consistentino al governo del Capitolo. I nomi di quali sono li sottoscritti, cioè:
L’Arciprete Matteo Sanarica, Il Cantore Tomaso Caforio, Il Tesoriere Francesco Chialà, Il Priore Francesco Ciracì, Ab. Diego Motolese, Ab. Marco Faenza, Ab. Francesco Battista, Ab. Francesco Mannara, D. Horatio Greco, D. Donato Mastropietro, D. Francesco Cesare , D. Gio. Leonardo Quaranta, D. Antonio Salò, D. Gio Lorenzo Caiazzo, D. Scipione Galeone, D Gio. Antonio Caforio, D. Fabio Chialà, D. Cataldo Mele, D. Gioseppe Lotta, D. Paolo Annicchiarico, D. Gio. Leonardo Aquila, D. Francesco di Geronimo, D. Carlo Bucci, D. Giuseppe Mannara, D. Giovanni Scarone, D. Francesco Antonio Marinaro, D. Francesco Antonio Paravida, D. Francesco Fornaro, D. Francesco Cocciolo, D. Matteo Ricchiuti, D. Carmine Quaranta, D. Gioseppe Trani, D. Paolo Antonio Mannara, D. Domenico Trani, D. Lucantonio Nuboli, D. Francesco Antonio Mannara, D. Felice Serio, D. Giuseppe Antonio Sportello, D. Salvatore Lupo, D. Cataldo Radicchio, D. Giuseppe Antonio Scarone, D. Francesco Antonio Trani, D. Francesco Antonio Quaranta, D. Paolo Marinaro, D. Donato Antonio Greco, D. Francesco Antonio Caforio.

Alli quali, dopo essersi fulminata l’escommunica con sonarsi le Campane a Mortorio et coll’assistenza de Canonici e Clero con le candele accese e pietre in mano contra Gioseppe Mannara sindico, contra Carlo Antonio Terzolo, contra Horatio Basile, Gio Battista Giuri, Giuseppe Antonio Sportello eletti, nec non contra il Medico Francesco Pinto, Gio. Antonio Ciracì, Gio. Maria Trani, Deputati, ac etiam contra il dottor Francesco Antonio Caforio Consultore e Governatore Criminale, e Gio Antonio Borracino Precone come usurpatori e impedienti la possessione dei beni ecclesiastici et precise della foresta spettante alla Mensa Arcivescovale Tarentina.

Fu letta ad alta ed intelligibile voce in pleno capitulo l’infrascritta lettera di D. F. Tomaso Sarria Arcivescovo di Taranto, del tenore seguente, e cioè fuoti: Agli illustri e molto reverendi Signori come fratelli: Dignità, Canonici e Presbiteri dell’Insigne Collegiata della nostra Terra di Grottaglie, salute, ecc., ecc.; come pure ai Confessori secolari e regolari.

Dentro poi: Illustri e molto reverendi Signori come fratelli: Dignità, Canonici, Confessori, tanto secolari, quanto regolari della nostra Terra di Grottaglie = In Dio Ottimo abbiamo riconosciuto una duplice potestà: ossia quella benefica e quella vendicatrice. Dalla benefica certamente Dio viene denominato Benefattore; dalla vendicatrice viene denominato Signore e Giudice; con quella benefica egli comunica a tutti i suoi beni e fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Si serve invece di quella vendicatrice contro i disobbedienti, poiché si sono allontanati dalla sua bontà e resistono ai suoi comandi. Perciò rimette i peccati e le pene, e vendica le iniquità di coloro che resistono ai suoi comandi, affinché la bontà divina non venga spogliata dai disobbedienti, se non riconosceranno la potenza vendicatrice.

Certamente dobbiamo ammirare in Dio la buona severità, perché è giusta; il giusto giudice infatti, non solo con la severità, ma anche con l’esempio, e con la forza giova alla giustizia; poiché tutte le cose sono dovute alla giustizia; onde non si può rimproverare al giudice né la severità, né l’esempio, né la forza; anzi la mancanza di quelle cose nel giudice è una colpa. Infatti, un medico o un buon chirurgo nella sua arte, laddove fosse necessario, taglierà, brucerà, contristerà; anzi senza lo strumento della sua arte non potrà esserci un buon medico o chirurgo. Viene ripreso certamente se taglia male, amputa quando non necessario, brucia temerariamente; invece se adopererà bene gli strumenti gioverà alla salute dell’infermo.

Noi in verità, che siamo ministri di Dio, preferiamo trattare le nostre pecorelle carissime con la bontà e con la carità benefica, piuttosto che trattare con giustizia vendicatrice. Costretti, tuttavia deponiamo la potestà benefica, e seguendo i sacri decreti dei concili e delle bolle apostoliche, dichiariamo incorsi nella Bolla In Caena Domini, ossia nelle sue censure, alcuni della nostra Terra di Grottaglie. Siamo tuttavia addolorati perché, allontanati dal petto della loro madre, essi hanno osato temerariamente invadere i beni della Chiesa; ciò pretendendo, con falsa temerità e immaginazione, i figli dell’iniquità hanno escogitato con i fatti e con le proteste, provocando la giustizia divina; tuttavia, noi siamo tenuti ad obbedire alle leggi della nostra Santa Madre Chiesa, e a condannare tutti coloro che essa condanna specialmente nel sacro Concilio Tridentino, sessione 22, de reformatione, cap. II; dove non volle che fosse esente dalla sentenza di scomunica nessuno, quantunque rivestito da qualunque dignità, anche se imperiale o regale, se fosse giunto in tanta cattiveria da presumere di usurpare le giurisdizioni, i beni, i censi e i diritti (anche feudali ed enfiteutici), i frutti, gli emolumenti ecc. ecc. di qualsiasi chiesa; oppure impedire che vengano godute da coloro ai quali spettano di diritto.

Con la massima amarezza d’animo abbiamo appreso l’insinuazione che alcuni ecclesiastici non hanno fatto mancare la propria opera, anche nascostamente, a questo misfatto; e che anzi abbiano acconsentito e l’abbiano favorito con i loro pravi consigli; si guardino bene perciò di intromettersi ancor di più in questa faccenda, poiché non mancherà il modo di correggerli; abbiano cura tuttavia che la chiesa non abbia da lamentarsi degli stessi e che, in lacrime, non dica: i figli di mia madre combatterono contro di me. Voi invece, molto reverendi Signori, cui è affidata nel Signore la cura delle anime di questo nostro carissimo popolo, fate in modo che gli scomunicati vengano assolutamente evitati, e curino di liberare se stessi quanto prima dal laccio delle censure, affinché altri innocenti che si trattengono in conversazione con loro non ci offrano l’occasione di procedere oltre e di aggravare le censure. Cosa che, sebbene con dispiacere, siamo tenuti a fare per nostro dovere.

Dato a Taranto, nel nostro palazzo arcivescovile, oggi 22 ottobre 1674.
Affezionato di cuore nel Signore. Fra Tommaso Arcivescovo di Taranto.
Lette queste cose, da tutti furono ricevute interamente con ogni riverenza e tutti si dichiararono pronti secondo il suo tenore; inoltre, senza alcuna voce discordante, vennero eletti i Reverendi Signori Francesco Chialà tesoriere e il dottore in utroque iure Francesco Mannara per dare una risposta al detto Illustrissimo Signore a nome del Capitolo.
E così, ecc…
Paolo Antonio Mannara, cancelliere